Socrate batteva l’agorà chiedendo che cosa fosse la giustizia, e gli ateniesi — gente ingenua, priva di talk show — rispondevano sul serio. Lui smontava le definizioni una a una, con la pazienza dell’ostetrico, finché l’interpellato ammetteva di non sapere e arrossiva, perché in quell’epoca arcaica l’ignoranza era ancora un difetto.
Venticinque secoli hanno provveduto: oggi il non sapere è un format. Va in onda ogni sera, truccato da competenza, con consulenti a gettone, plastici in studio e sondaggio in sovrimpressione. L’aporia è rimasta; è sparito il rossore.
Applichiamo il rasoio di Occam, un ferro che non arrugginisce. Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem: le entità superflue si recidono.
La Giustizia con la maiuscola — dama velata, bilancia in pugno, domicilio sui frontoni — appartiene al guardaroba metafisico; in aula non ha mai deposto, e i testimoni che giurano d’averla vista vanno trattati come tutti i visionari.
Reciso il fantasma, resta il misurabile: norme scritte, organi che le applicano, procedure che tengono al guinzaglio gli organi. Poca cosa, sospira l’anima bella. È tutto, risponde chi mastica la materia: l’argine non è la piena, ma senza argine la piena si mangia le case, e chi promette di più — verità sostanziali, palingenesi, catarsi di popolo — vende amuleti, categoria merceologica in perenne espansione. Vediamo dunque come se la passa l’argine italiano, anno di grazia 2026. Anticipiamo la perizia: quadro fessurativo diffuso, e i responsabili del cantiere festeggiano.
Primo sintomo
Il 22 e 23 marzo il corpo sovrano è stato convocato alle urne su una domanda che, sfrondata dei paludamenti, suona elementare: chi giudica può appartenere alla stessa carriera di chi accusa? Due carriere, due Consigli, un’Alta Corte disciplinare, il sorteggio al posto del mercato elettorale interno: questo il menu. Ha vinto il No, e sia: la sovranità popolare comprende il sacrosanto diritto di sbagliare.
Ma il No non ha vinto agitando il nulla: ha vinto anche con due argomenti d’apparenza seria, che meritano autopsia e non alzate di spalle. L’alzata di spalle, anzi, è stata l’arma spuntata del fronte sconfitto: chi ha ragione e non si cura di dimostrarla consegna il campo, e il campo è stato puntualmente consegnato. Rimediamo qui, con calma da tavolo anatomico.
Primo argomento: l’unicità delle carriere non tocca l’autonomia e l’indipendenza del giudice rispetto all’accusa, garantite comunque dall’ordinamento. Vero, e fuori bersaglio. L’indipendenza è libertà da pressioni esterne — governi, maggioranze, potentati —, e nessuno la metteva in discussione.
La riforma toccava un’altra virtù, che la Costituzione nomina distintamente all’articolo 111: la terzietà. Terzo è chi sta a eguale distanza strutturale dalle parti; e la distanza strutturale non si misura sulle intenzioni, si misura sugli assetti. Ieri come oggi giudice e pubblico ministero vincono lo stesso concorso, appartengono allo stesso ordine, transitano dall’una all’altra funzione, eleggono lo stesso Consiglio, militano nelle stesse correnti, vengono valutati e promossi dal medesimo organo di autogoverno. Il giudice che decide sulla richiesta del pubblico ministero decide, dunque, sulla richiesta d’un collega d’ordine e di carriera: non d’un estraneo, d’un sodale. Potrà restare imparzialissimo, per carità: le persone perbene abitano anche gli assetti storti. Ma il diritto non si costruisce sulle persone perbene; si costruisce sull’ipotesi prudente che possano non esserlo, ed è per questo che conosce astensioni, ricusazioni, incompatibilità — istituti tutti superflui, se bastasse la virtù. Vale poi la vecchia regola d’esperienza: la giustizia non deve soltanto essere fatta, deve anche apparire fatta. Un arbitro tesserato per una delle due squadre può dirigere con specchiata onestà l’intero campionato; resta tesserato, e il campionato appare falsato a chiunque lo guardi dagli spalti.
Secondo argomento, più raffinato: la comune appartenenza coltiverebbe la «cultura della giurisdizione», sicché il pubblico ministero, respirando l’aria del giudice, sarebbe tenuto a interpretare la propria funzione senza pregiudizio accusatorio, con la massima apertura verso le ragioni della difesa. Suggestivo; e prova troppo, il che in logica equivale a non provare niente. Se la contiguità ordinamentale generasse garanzia, coerenza vorrebbe che nello stesso ordine si arruolassero anche i difensori, terzo vertice del triangolo processuale e portatori anch’essi di cultura della giurisdizione: proposta che nessuno avanza, e il silenzio istruisce. In secondo luogo, la cultura si trasmette con i codici, lo studio, la deontologia, non con la coabitazione in un ruolo unico: o dovremmo concludere che il pubblico ministero tedesco o portoghese, ordinamentalmente separato dal giudice, sia per ciò stesso un persecutore incolto — ipotesi che nessun comparatista sottoscriverebbe. In terzo luogo, il pubblico ministero è parte per funzione, non per malanimo: sceglie l’indagine, formula l’ipotesi, la coltiva per mesi, chiede le misure, impugna le assoluzioni; e chi investe mesi in un’ipotesi tende a difenderla, per fisiologia del ruolo prima che per malafede. La cultura della giurisdizione non neutralizza quella fisiologia: la veste. Quanto al sillogismo implicito del fronte vittorioso — separato, dunque consegnato al governo —, è un non sequitur da manuale: la riforma assegnava al pubblico ministero un Consiglio superiore proprio, autonomo e indipendente al pari dell’altro; di sottoposizione all’esecutivo, nel testo, non c’era sillaba. Si temeva il passo successivo, il futuribile: timore legittimo, purché dichiarato per quello che è, profezia, non esegesi.
Queste le ragioni, che si potevano dire con pacatezza e quasi mai furono dette. La campagna vera si è giocata altrove, nella fiera delle paure: da un lato l’evocazione del pubblico ministero al guinzaglio del governo — spauracchio smentito dal testo, che d’indipendenza ne garantiva due invece d’una, ma lo spauracchio non legge i testi, li agita —; dall’altro la promessa d’una giustizia finalmente veloce, materia che la riforma nemmeno sfiorava, come chi venda un’automobile magnificandone la chiglia. Due affabulazioni in duello, poca anatomia. L’elettore ha comprato casa dalla cartolina e, siccome la cartolina raffigurava mostri, ha tenuto la casa vecchia. Quella con le crepe, che ora vedremo.
Secondo sintomo
Il correntismo, dato per spirato dopo lo scandalo dell’Hotel Champagne — funerali solenni, coccodrilli commossi, propositi di rinascita — gode di salute insolente: il morto balla.
Cifre da bollettino: nel solo 2026, su trentacinque nomine direttive e semidirettive sfornate dal Consiglio superiore, la quasi totalità premia magistrati organici ai gruppi associativi o reduci dal Consiglio medesimo[1]. Coincidenza prodigiosa, se si considera il dato rivelato dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi: su circa novemiladuecento iscritti al sindacato delle toghe, appena duemilacento militano nelle correnti[2]. Un quarto scarso del corpo, dunque; ma il merito, evidentemente, fiorisce quasi soltanto in quel perimetro. Statistica da santuario.
Quanto alle regole del gioco: il Tar del Lazio, con la sentenza n. 23352 del 2025, ha bollato contra legem i criteri del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, congegnati a imbuto perché la prima clausola strozzi ogni valutazione successiva del merito — algoritmo correntizio, l’ha battezzato qualcuno con crudezza da anatomopatologo[3]. Il Consiglio di Stato, nel maggio scorso, ha ribaltato il verdetto e riabilitato il Testo unico, giudicandolo coerente con la riforma del 2022[4]. Anche gli algoritmi godono del doppio grado di giudizio; e si sarà notato che l’argine, quando processa sé stesso, assolve volentieri in appello. Resta agli atti la radiografia del primo giudice; restano, soprattutto, gli esiti applicativi, che sono quelli del capoverso precedente.
E il Plenum vota all’unanimità in circa l’ottanta per cento delle nomine, percentuali bulgare esibite come certificato di concordia ritrovata[5]. Lettura commovente, e rovesciata dall’interno dal consigliere indipendente Andrea Mirenda: l’unanimità non è la pace, è la firma in calce al patto. Ai tempi dello zar delle nomine si votava compatti quasi al cento per cento; poi le chat sequestrate mostrarono il retrobottega, il manuale Cencelli maneggiato con scrupolo notarile, e quel messaggio degno d’antologia — «scegli chi ci deve andare e poi mettiamo a bando il posto»[6]. Il bando come messa cantata sulla decisione già presa: liturgia, nel senso etnografico.
Un ordinamento parallelo dentro l’ordinamento, con regole non scritte, fedeltà, sanzioni per i dissidenti: la conventicola che distribuisce carriere secondo appartenenza. I frequentatori delle morfologie criminali riconoscono il disegno a occhio nudo; la differenza, ci mancherebbe, sta nei mezzi e nel casellario, ma la grammatica del potere è quella, e chi la parla non compare in nessun organigramma. Il referendum avrebbe inciso lì, sul monopolio delle carriere; respinto il bisturi tra gli applausi, il tessuto prolifera ringraziando gli elettori.
Terzo sintomo, il più luccicante
Una ragazza uccisa nell’agosto 2007; un condannato definitivo che sconta sedici anni dopo due assoluzioni annullate; e dal marzo 2025 un secondo uomo indagato per il medesimo omicidio, sulla scorta di riletture genetiche d’un reperto ventenne. Indaghi pure la procura: è il suo mestiere, e se in cella c’è un innocente la revisione esiste apposta.
Lo spettacolo, però, è altrove: nel processo parallelo celebrato ogni sera negli studi televisivi, tribunale a reti unificate dove i consulenti di parte si accomodano in poltrona, le intercettazioni del 2017 vengono riesumate e sceneggiate, i soliloqui dell’indagato passati al setaccio come responsi della Sibilla, i familiari spremuti in esclusiva, e perfino la consulenza psichiatrica disposta dagli inquirenti diventa puntata, con dibattito annesso. La psichiatria retrospettiva merita un capitolo nel manuale dell’aruspicina moderna: diagnosticare oggi lo stato mentale d’un uomo vent’anni or sono, senza uno straccio di documentazione clinica coeva, è lettura dei visceri in camice bianco — gli etruschi almeno sacrificavano il pollo, noi sacrifichiamo il metodo.
Il fascicolo diventa palinsesto; l’indagine, serie a stagioni con tanto di finale annunciato — termine il 28 settembre 2026, segnatevelo, si replica in autunno. Il pubblico si smista in tifoserie, colpevolisti contro innocentisti, sciarpe al collo, e pretende il verdetto secondo pancia. Ecco svelata la funzione sociale del fantasma chiamato Giustizia: intrattenere. L’homo videns leo rugens tastierensis non chiede la verità processuale — merce lenta, tecnica, senza colpi di scena —; chiede il colpevole telegenico, consegna entro la prossima puntata. E il giudice che a suo tempo oserà deludere l’attesa sa già quale sarà il processo successivo: il suo, alla sbarra dell’audience, rito abbreviato e sentenza sui social entro mezzanotte.
Quarto sintomo, legislativo: il pendolo, attrazione da luna park
Per trent’anni il codice penale è stato ingozzato da un panpenalismo bulimico: ogni telegiornale una fattispecie, ogni fattispecie un applauso.
Ora l’escursione contraria: si abroga l’abuso d’ufficio con un tratto di penna, si comprimono le intercettazioni entro termini tassativi, e il garantismo viene celebrato con lo stesso trasporto con cui ieri si celebrava la manetta — cambia il santo, la processione è identica. Intendiamoci: che l’abuso d’ufficio fosse fattispecie evanescente, fabbrica d’indagini a strascico e d’assoluzioni al novantacinque per cento, lo sapeva chiunque bazzichi le aule; e che le intercettazioni fossero degenerate in pesca oceanica, pure.
Ma il punto non è il merito dei singoli ritocchi: è il metodo, ossia la sua assenza.
Si legifera per gesti, come si applaude; ogni maggioranza riscrive il penale quale vessillo identitario, e la materia che esigerebbe la freddezza del geometra viene maneggiata col termometro del comizio. Di qua i forcaioli, di là i garantisti dell’ultima ora — conversioni fulminee, sulla via di Damasco c’è traffico —, e in mezzo il codice, terra di nessuno arata dalle pattuglie d’entrambi gli eserciti. Un ordinamento adulto non oscilla: definisce, commina, applica, con procedura verificabile. Il nostro balla la quadriglia, e pretende pure gli applausi per il passo.
La diagnosi
Ricapitoliamo la cartella clinica. Un elettorato che delibera a riflessi condizionati; un organo d’autogoverno che amministra le carriere per appartenenza sotto vernice unanime, encomiabile nella costanza; un’opinione pubblica che consuma i processi come fiction, con l’abbonamento; un legislatore che scrive il penale a colpi di sondaggio, penna in una mano e telecomando nell’altra.
Quattro sintomi, una sindrome: l’evaporazione del logos, sostituito da fluidi più commerciabili. Trasimaco, il sofista che definiva la giustizia come l’utile del più forte, passò ai posteri come cinico; era un cronista in anticipo di duemilaquattrocento anni. La sua tesi non risulta confutata dai fatti nostrani: risulta illustrata, con dovizia di materiale fotografico.
Il difensore come sentinella
E qui la domanda socratica si sposta dal concetto alle persone.
Che fa, in questo paesaggio da sagra, chi esercita la difesa? Risposta senza incenso, che l’incenso abbonda già: fa rispettare le regole a chi avrebbe il compito d’applicarle. Mestiere paradossale sulla carta; nella pratica, unico presidio quando l’amministrazione delle regole s’ammala — quando il custode tratta la norma come materiale cedevole, applicabile o disapplicabile per via interpretativa secondo lo scopo del giorno, sempre nobilissimo.
Lo Stato di diritto scivola in Stato di scopo per gradi impercettibili, un’interpretazione creativa alla volta, ogni volta a fin di bene: e il bene invocato è, a rotazione, la lotta al crimine, la sicurezza, il sentimento popolare, l’emergenza del trimestre.
Il difensore è quello che, in aula, ricorda al potere le sue stesse regole: voce sgradevole per statuto, perché parla quando tutti gradirebbero il silenzio, eccepisce quando tutti invocano la speditezza, difende chi il pubblico ha già condannato tra il primo e il secondo blocco pubblicitario.
Non custodisce il fantasma — la dama velata l’abbiamo recisa in apertura, e non se n’è accorto nessuno, segno che non serviva —; custodisce l’argine, faccenda più umile e più seria: forma, termine, contraddittorio, motivazione, l’intero catalogo delle procedure che distinguono un giudizio da un linciaggio ben organizzato.
Equità? No, grazie, meglio la legge
L’equità? Altro ectoplasma, da maneggiare con le pinze e i guanti. La si invoca come correttivo umano alla durezza della legge, giustizia del caso singolo, carezza del giudice. Ma l’equità senza regola è arbitrio in abito da sera: rimessa alla tensione etica dell’interprete, vale quanto vale l’interprete, e la cronaca consiliare sopra riassunta sconsiglia di firmare cambiali in bianco alle tensioni etiche di chi amministra. Meglio la legge uguale e ruvida del caso per caso benevolo: la prima si prevede, s’impugna, si critica; il secondo si subisce, confidando nella buona luna del potente di turno. I sudditi imploravano equità dal principe; i cittadini pretendono legalità dallo Stato. Chi confonde i due registri ha già scelto il costume, e non è quello del cittadino.
Sentinella, a che punto è la notte?
Chiudo con l’ultima battuta di un dialogo virtuale antico. All’avvocato che confessava di non credere più nella giustizia, il maieuta domandava che cosa restasse del suo lavoro. Restava — rispondeva quello — una missione: parola enfatica, da razionare, ma qui tecnicamente esatta. Missio è l’invio: qualcuno spedito a operare in territorio ostile. Il territorio è ostile per costituzione — il processo penale è il luogo dove l’apparato scarica la sua forza su un individuo, e chi lo dimentica non ha mai visto un’aula se non in televisione —, e il mandato consiste nel piantare la logica in mezzo alla scena, ostinatamente, anche quando non basta, specialmente quando non basta. Non occorre credere nel fantasma per presidiare l’argine; basta sapere che oltre l’argine preme la piena, e che la piena non concede interviste. Socrate, condannato da cinquecento e uno giurati col ventre gonfio d’umori, bevve la cicuta rispettando le leggi della città che lo sopprimeva: gesto sublime o errore fatale, se ne discute da millenni, e almeno se ne discute. Il difensore contemporaneo non è convocato al sublime; è convocato al quotidiano, che rende meno e costa di più. Ogni eccezione sollevata, ogni motivazione pretesa, ogni salotto disertato è un mattone rimesso in fila sull’argine. Il resto — la dama con la bilancia — lasciamolo volentieri ai frontoni dei palazzi: lassù, se non altro, regge il timpano, che è già più di quanto faccia quaggiù.
[1]Correnti al potere, così una minoranza decide le carriere, Il Dubbio, 11 febbraio 2026: https://www.ildubbio.news/news/giustizia/49051/correnti-al-potere-cosi-una-minoranza-decide-le-carriere.html.
[2]Il dato, riferito dal presidente Anm Cesare Parodi, è riportato nel medesimo articolo: Correnti al potere, cit., Il Dubbio, 11 febbraio 2026: https://www.ildubbio.news/news/giustizia/49051/correnti-al-potere-cosi-una-minoranza-decide-le-carriere.html.
[3]Tar Lazio, sentenza n. 23352/2025. La vicenda è ricostruita in Nomine, il Csm corre ai ripari dopo il no del Tar, Il Dubbio, 21 maggio 2026: https://www.ildubbio.news/news/giustizia/50760/nomine-il-csm-corre-ai-ripari-dopo-il-no-del-tar.html.
[4]Csm, il Consiglio di Stato salva il Testo Unico sulle nomine, ma è già lotta senza quartiere in vista delle elezioni, Il Dubbio, 22 maggio 2026: https://www.ildubbio.news/news/giustizia/50765/csm-il-consiglio-di-stato-salva-il-testo-unico-sulle-nomine-ma-e-gia-lotta-senza-quartiere-in-vista-delle-elezioni.html.
[5]Giustizia, unanimità sulle nomine: così il Csm confessa il potere delle correnti, Il Tempo, 3 febbraio 2026: https://www.iltempo.it/attualita/2026/02/03/news/csm-unanimita-nomine-potere-correnti-guerra-magistrati-anm-riforma-giustizia-46159125/.
[6]La chat, agli atti del caso Palamara, è riportata tra gli altri in Santalucia archivia il Palamaragate: il correntismo riguarda una “sparuta minoranza”, l’Unità, 24 luglio 2024: https://www.unita.it/2024/07/24/santalucia-archivia-il-palamaragate-il-correntismo-riguarda-una-sparuta-minoranza/.

Bravo Davide! Un concentrato di storia, cultura, amore della toga e sano realismo, che da sempre ispirano le nostre vite professionali.
"Mi piace""Mi piace"