Gianni Alemanno è uscito dal carcere per fine pena.
Mentre era ancora dentro e fino a poco prima di varcare i cancelli di Rebibbia ha denunciato in ogni modo possibile la brutale disumanità delle condizioni riservate ai detenuti nell’istituto in cui ha pagato il suo debito con la società.
Gli è stato accanto nella denuncia Fabio Falbo, suo compagno di detenzione, noto a tutti come lo “scrivano di Rebibbia”, appellativo attribuitogli per l’aiuto offerto a coloro che non sono in grado di destreggiarsi tra le tante difficoltà burocratiche che, in mezzo alle altre, affaticano la vita dei reclusi.
Alemanno, tornato in libertà, ha annunciato di voler continuare a dar voce a chi non ne ha.
È un uomo di destra, fautore del binomio legge e ordine.
Il suo personale destino gli ha fatto tuttavia provare sulla sua pelle i danni irreversibili dell’assenza della legge nei luoghi in cui non batte mai il sole e quando lo fa è solo per causare malesseri a persone stipate come bestie in celle sovraffollate.
Questa particolare combinazione lo ha portato ad essere un testimone di primo piano della battaglia a favore del ripristino di tutto quanto occorre per restituire legalità, umanità e capacità rieducativa a un sistema che le ha lasciate indietro e non sembra interessato a recuperarle.
Chi si batterà adesso assieme a lui e a Falbo?
Sicuramente gli inguaribili radicali pannelliani come Roberto Giachetti.
Certamente anche intellettuali illuminati come Luigi Manconi.
Associazioni private come Antigone, non c’è da dubitarne.
E poi chi altri?
Ci sarà una formazione parlamentare che attribuirà centralità e imprescindibilità a questa battaglia?
E se sì, lo farà per proclami e parole d’ordine o con gesti concreti?
Attendiamo di saperlo, sperando che gli ultimi della terra stiano a cuore non soltanto a un uomo di destra e a singoli e straordinari individui la cui azione isolata porta ad etichettarli come bastian contrari piuttosto che come fari di luce in mezzo alle tenebre.
