Quando la toga diventa un bersaglio (Lucio Scotti)

C’è una notizia che dovrebbe inquietare ogni cittadino prima ancora che ogni avvocato.

A Termini Imerese un collega è stato sequestrato nel proprio studio e costretto sotto la minaccia di un’arma a redigere un atto giudiziario (a questo link per il report sull’accaduto del Consiglio nazionale forense).

Non si tratta soltanto di un episodio criminale. È il sintomo di una trasformazione culturale che attraversa il nostro tempo e che riguarda il rapporto tra i cittadini, il diritto e le istituzioni.

Per secoli l’avvocato è stato percepito come un intermediario tra il conflitto e la sua composizione. Chi entrava in uno studio legale cercava una risposta giuridica, anche quando non coincideva con quella che desiderava sentirsi dire.

Oggi cresce invece l’idea che il professionista debba essere uno strumento della volontà del cliente, un esecutore chiamato a trasformare ogni pretesa in un atto e ogni insoddisfazione in una rivendicazione. Quando questa concezione prende il sopravvento, il diritto cessa di essere una regola e diventa un servizio da pretendere ad ogni costo.

L’episodio di Termini Imerese rappresenta la forma estrema di questa deriva. Un uomo armato non ha chiesto assistenza legale. Ha preteso obbedienza. Non ha cercato una difesa. Ha tentato di sostituire la forza della ragione con la ragione della forza.

Il bersaglio non era soltanto il professionista. Era l’idea stessa che l’avvocato sia un soggetto indipendente, libero di valutare, consigliare, accettare o rifiutare una determinata iniziativa processuale secondo legge e coscienza.

La questione riguarda tutti.

Una società nella quale un avvocato può essere intimidito per l’esercizio delle proprie funzioni è una società nella quale anche il diritto di difesa dei cittadini diventa più fragile. L’indipendenza dell’Avvocatura non costituisce un privilegio corporativo. È una garanzia democratica. Proteggere chi difende significa proteggere il diritto di essere difesi.

Per questa ragione assume un valore particolare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione della professione di avvocato, adottata nel 2025 e già sottoscritta dall’Italia. Non è soltanto un testo internazionale. È il riconoscimento di una verità spesso dimenticata: senza avvocati liberi non esistono diritti effettivi e senza diritti effettivi la democrazia perde la sua sostanza e conserva soltanto il proprio nome.

L’avvocatura italiana ha attraversato guerre, crisi economiche, trasformazioni sociali e rivoluzioni tecnologiche. Oggi si trova davanti a una sfida diversa e forse più sottile: difendere il proprio ruolo in una stagione nella quale cresce l’impazienza verso ogni limite, verso ogni regola e verso ogni risposta che non coincida con le aspettative individuali.

La toga non è un simbolo di potere. È il segno di una responsabilità. Quando diventa un bersaglio, dovremmo preoccuparci tutti. Perché il giorno in cui si smette di rispettare chi difende il diritto è già iniziato il giorno in cui il diritto stesso comincia a perdere terreno.

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