Vecchie prassi giudiziarie: i capi delle Procure che ad ogni trasferimento si portavano appresso le squadre di fedelissimi (Vincenzo Giglio)

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui i Procuratori della Repubblica – quelli che contavano – una volta ottenuto il trasferimento ad un nuova sede – ovviamente più prestigiosa della vecchia – si battevano per ricostituire nella seconda la maggior parte possibile del team che li aveva affiancati nella prima.

Si trattava di team allargati di cui facevano parte non solo persone dell’apparato amministrativo, ivi compresi gli autisti, ma anche operatori di polizia giudiziaria e finanche magistrati.

È talmente ovvio da non dover essere sottolineato che il capo di una Procura importante, soprattutto se insediata in una zona ad alto tasso di criminalità, ha l’assoluta necessità di essere circondato da persone massimamente affidabili che condividano lealmente la sua visione e collaborino nella realizzazione di una struttura organizzativa che la assecondi.

Perfino un autista, come si diceva, può essere coessenziale a questo scopo, essendogli richiesto di mantenere la massima riservatezza sugli spostamenti del Procuratore e sulle comunicazioni che scambia in tali occasioni.

Chiarita l’esigenza di base, resta da descrivere il modo in cui è immaginabile venisse soddisfatta.

Era piuttosto agevole il trasferimento del personale amministrativo di bassa qualifica, sempre che, naturalmente, ci fosse il consenso degli interessati: bastava chiedere il nulla-osta a chi di competenza ed era difficile che venisse negato.

Più complicato poteva essere il trasferimento degli investigatori: al loro consenso bisognava infatti aggiungere il beneplacito dei vertici del corpo di appartenenza che dipendeva a sua volta dal peso specifico del Procuratore, dalla sua reputazione pubblica e dalla rete di relazioni istituzionali che aveva saputo costruire nel tempo. Di solito, questi tre fattori risultavano decisivi.

Il massimo della complicazione si raggiungeva allorchè si trattasse di trasferire magistrati e quindi procuratori aggiunti e sostituti procuratori.

La complicazione derivava in questo caso dal fatto che i trasferimenti magistratuali, salvo poche e specifiche situazioni, avvengono mediante bandi emessi dal CSM cui tutti coloro in possesso dei requisiti hanno titolo di partecipare e dalle regole che scandiscono l’attribuzione dei punteggi e la formazione della graduatoria che decreta chi viene trasferito nella postazione per cui si è candidato e chi invece soccombe.

La soluzione cui si faceva maggiormente ricorso era quella di far leva sui tanti aspetti discrezionali della normativa regolamentare, alcuni dei quali così laschi da consentire di giungere a soluzioni contrapposte, tutte ugualmente legittime e giustificabili.

Questa soluzione richiedeva tuttavia una condizione aggiuntiva: che nella commissione trasferimenti prima e nel plenum del CSM dopo si coagulasse una maggioranza attorno all’orientamento interpretativo che soddisfaceva l’esigenza manifestata dal Procuratore di turno.

Si comprende bene che qualsiasi maggioranza si forma non solo attorno a nobili ideali e all’insegna della meritocrazia ma anche sulla base di interessi e appartenenze ed ecco quindi che, ove il Procuratore appartenesse ad un gruppo associativo rappresentato nel CSM e non fosse inviso alla componente laica dello stesso organo, le sue chance di successo aumentavano notevolmente.

Va da sé che non sempre queste sequenze davano il risultato migliore o, forse meglio, non sempre chi risultava pretermesso accettava l’esito sfavorevole senza battere ciglio.

In questi casi il ricorso al giudice amministrativo era la norma e nel corso degli anni abbiamo letto sentenze che hanno sconfessato platealmente le convergenze di interessi di cui si diceva.

Questo avveniva nel passato ma oggi?

Oggi si vive nel tempo post-referendario e qualsiasi accenno critico agli attuali equilibri di potere della magistratura e del suo organo di autogoverno espone al rischio di essere considerati fiancheggiatori della destra revanscista.

Tuttavia, qua e là si scorgono segnali che ricordano tanto il passato.

Qualcosa del genere si nota riguardo alle valutazione delle migliori candidature per la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.

Si registrano divisioni sulle competenze necessarie, sul peso comparato dei più importanti requisiti, sui profili personali dei candidati.

Il dibattito non è solo interno ma anche esterno ed in questo senso ricorda un po’ quella vecchia prassi di cui si è parlato.

Si vedrà.

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