La vicenda giudiziaria di Mario Roggero ha avuto il suo epilogo, tragico comunque lo si voglia considerare: due vite spente, una pesante condanna a un ultrasettantenne, il dolore dei familiari di ognuno dei soggetti coinvolti.
Il suo interesse mediatico, manifestatosi fin dal momento dei fatti, non si è certo affievolito dopo la definitività della sentenza e lo stesso può dirsi di quello politico.
Si è innescata, particolarmente tra le forze di centrodestra, una sorta di gara a chi dimostra maggiore vicinanza al gioielliere astigiano in un climax di critiche agli uffici giudiziari che ne hanno decretato il destino, richieste di immediati interventi per ripristinare la giustizia sostanziale e proposte per far sì che non sia più possibile in futuro un simile scollamento tra il sentimento popolare e la legge e la sua interpretazione.
Si schiera anche il popolo del web con la consueta fenomenologia dei commenti a base di mantra e dettagli colti solo dall’esperto di turno, completamente insensibili al tenore letterale e alla volontà legislativa delle norme che l’accusa pubblica prima e i giudici di merito poi, con l’avallo della Suprema Corte, hanno ritenuto applicabili nel caso in esame.
Non ripeto qui le opinioni di tanti autorevoli giuristi che si sono espressi a favore della correttezza della complessiva valutazione giudiziaria che ha condotto alla condanna di Roggero e hanno chiarito perché il verdetto non poteva essere diverso da quello che è stato.
Desidero invece evidenziare un aspetto che, pur centrale in vicende del genere, raramente diventa oggetto di dibattito.
Mi riferisco all’art. 90 del codice penale per il quale “Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”.
Il primo tema di interesse deriva dall’immutabilità di questa norma: presente nel Codice Rocco fin dalle origini, identica a se stessa a distanza di quasi un secolo.
Nessun legislatore successivo a quello fascista ha ritenuto di abolirla o ritoccarla, neanche quando i progressi delle scienze cognitive, particolarmente delle neuroscienze, hanno dimostrato con evidenza crescente la decisività delle emozioni nei processi cognitivi e decisionali degli esseri umani.
Si sa, e non da ora, che le emozioni motivano gli individui a scegliere di agire in un certo modo.
Questa influenza aumenta allorché si manifestino emozioni primarie, come ad esempio la rabbia e la paura.
La rabbia, in particolare, in quanto emozione stenica, cioè capace di indurre eccitazione, è in grado di indurre condotte aggressive o addirittura distruttive.
L’effetto è la riduzione o perfino l’annientamento della capacità di autocontrollo ma, ancor prima, della capacità di prefigurarsi più opzioni disponibili tra le quali scegliere quella più adeguata al contesto.
Non è una legge generale o, per meglio dire, non è così che devono necessariamente andare a finire le cose: alcuni individui sono in grado di tenere a bada la rabbia e le spinte che ne derivano; altri invece, ed è questo il punto, non ne sono capaci.
Ecco allora il primo tema di riflessione: i precetti e i divieti penali, in generale l’intera legge penale, sono fondati sull’idealtipo dell’essere umano totalmente razionale ma questo idealtipo non è reale, non esiste davvero, per la semplicissima ragione che ognuno di noi prova emozioni e ognuna di esse influisce sulla nostra percezione della realtà e sulle reazioni che abbiamo in dipendenza della realtà percepita.
Donne e uomini in carne e ossa da un lato, la sterilizzazione delle emozioni e delle loro alterazioni dall’altro.
Avviene così che il rilievo degli stati emotivi, lungi dal rilevare sul piano della colpevolezza, viene contenuto e ristretto sul piano della commisurazione della pena attraverso il conferimento al giudice di un potere altamente discrezionale e dell’eventuale concorso delle circostanze del reato.
Nulla di più, nulla di meno, ed è esattamente quanto avvenuto nel giudizio di Mario Roggero.
Si dovrebbe iniziare a ragionare su un possibile diverso rilievo delle emozioni, delle passioni, in una parola di tutto ciò che ci rende umani?
Sì, si dovrebbe, sarebbe davvero l’ora se si vuole rimediare all’artificio sempre più evidente dell’essere razionale.
Ma iniziare un’opera del genere richiederebbe una materia prima di cui oggi, sfortunatamente, non disponiamo.
Occorrerebbero più scienza e stiamo diventando antiscientisti, più studio e ci crogioliamo sempre più nell’ignoranza, più analisi e siamo quelli dei commenti instant, più tempo e pazienza e siamo quelli della frenesia.
È questo il guaio e non si vedono rimedi all’orizzonte.
Il prezzo da pagare è che, così facendo, rinunceremo a sapere, se e quando ve ne sarà la possibilità, se Mario Roggero, quando ha inseguito per strada i suoi aggressori e gli ha sparato addosso, avrebbe potuto oppure no comportarsi diversamente.
