Giustizia italiana, il rischio nascosto: centinaia di magistrati pronti a lasciare i tribunali (Patrizia Teramo per UNAGIPA, Sez. Nuova Magistratura Onoraria e Ferdinando Parisi per Associazione Nuova magistratura onoraria)          

C’è una falla silenziosa che si sta aprendo nel sistema giudiziario italiano. Non riguarda una nuova riforma annunciata dal Governo né uno scontro politico sulla separazione delle carriere. Riguarda invece centinaia di magistrati che ogni giorno tengono in piedi udienze, firmano provvedimenti, gestiscono fascicoli e alleggeriscono il carico dei tribunali italiani. E che ora rischiano di uscire dal sistema nel giro di pochi mesi.

Sono i magistrati onorari reclutati dopo la riforma Orlando del 2017: oltre 1.300 professionisti tra giudici onorari di pace e vice procuratori onorari che operano stabilmente negli uffici giudiziari italiani ma che, paradossalmente, continuano a essere considerati figure temporanee.

Il problema non è soltanto occupazionale. È organizzativo. Ed è destinato a produrre effetti concreti sui cittadini.

I tribunali rischiano di perdere personale già formato

A partire dall’estate 2026 inizieranno le prime cessazioni degli incarichi per numerosi magistrati vincitori del bando del 2018. Si tratta di figure che, dopo anni di lavoro quotidiano negli uffici giudiziari, hanno ormai acquisito piena autonomia nella gestione delle udienze e dei procedimenti.

La loro uscita non avverrebbe in un momento di riduzione del contenzioso o di rafforzamento degli organici togati. Al contrario.

Tribunali e procure stanno già affrontando carenze strutturali di personale, difficoltà organizzative e pressioni crescenti legate agli obiettivi europei del PNRR sulla riduzione dei tempi della giustizia. In molti uffici, la magistratura onoraria è ormai indispensabile per garantire il funzionamento ordinario delle attività civili e penali.

Per questo motivo, l’uscita contemporanea di centinaia di magistrati esperti viene considerata dalle associazioni di categoria una vera emergenza istituzionale.

Il doppio binario all’interno della magistratura onoraria

A rendere ancora più delicata la situazione è il doppio binario creatosi all’interno della stessa magistratura onoraria.

Con la legge n. 51 del 2025, lo Stato ha infatti riconosciuto maggiori garanzie ai magistrati onorari già in servizio prima della riforma Orlando, il cosiddetto “ruolo ad esaurimento”: stabilizzazione del rapporto, tutele previdenziali e permanenza in servizio fino a 70 anni.

Le stesse garanzie non sono state però estese ai magistrati entrati dopo il 2017, pur svolgendo attività sostanzialmente identiche.

Il risultato è un sistema in cui magistrati che celebrano le stesse udienze e svolgono le medesime funzioni operano però con discipline profondamente diverse, sia sul piano economico sia su quello previdenziale e professionale.

Secondo le associazioni rappresentative, i magistrati “post Orlando” sarebbero oggi i più penalizzati dell’intero sistema: compensi inferiori, assenza di reali tutele assistenziali e previdenziali, durata limitata dell’incarico e un meccanismo che addirittura “consuma” gli anni di servizio già svolti.

In pratica, chi ha maturato maggiore esperienza rischia di restare meno tempo nel sistema.

Un problema che supera la questione sindacale

La vicenda potrebbe apparire, a prima vista, una controversia interna alla categoria. In realtà, il suo impatto investe direttamente l’efficienza della giustizia italiana.

Nei tribunali italiani, infatti, la magistratura onoraria non rappresenta più da tempo una presenza marginale o occasionale. In molti uffici i giudici onorari trattano una parte consistente del contenzioso civile e penale, contribuendo allo smaltimento dell’arretrato e alla gestione ordinaria delle udienze.

Ogni uscita dal servizio comporta inevitabilmente redistribuzione dei fascicoli, rinvii e rallentamenti.

E il rischio aumenta proprio mentre l’Italia è chiamata dall’Europa a dimostrare di poter ridurre i tempi dei processi e migliorare l’efficienza del sistema giudiziario.

L’Europa osserva da anni la situazione italiana

La questione della magistratura onoraria italiana non è nuova nemmeno a Bruxelles.

La Commissione europea, attraverso la procedura d’infrazione n. 2016/4081, ha contestato all’Italia il ricorso sistematico a figure professionali impiegate stabilmente nella giurisdizione ma prive delle garanzie riconosciute ai lavoratori comparabili.

Anche la Corte di giustizia dell’Unione europea è intervenuta più volte sul tema, richiamando la necessità di evitare situazioni di precarietà strutturale e trattamenti discriminatori tra soggetti che esercitano funzioni analoghe.

Ed è proprio questo il nodo ancora irrisolto: il sistema giudiziario continua a fare affidamento su magistrati indispensabili per il funzionamento quotidiano degli uffici, senza però aver definito un assetto stabile e uniforme della magistratura onoraria.

Le richieste al Governo

Di fronte alle imminenti cessazioni, il sindacato di categoria UNAGIPA e l’associazione Nuova Magistratura Onoraria hanno chiesto un intervento urgente del Ministero della Giustizia e delle istituzioni europee.

Tra le proposte avanzate figurano:

la sospensione delle cessazioni già avviate;

l’eliminazione del meccanismo che sottrae il servizio pregresso;

l’unificazione del limite di età a 70 anni per tutti i magistrati onorari;

una riforma complessiva della magistratura onoraria che elimini le disparità oggi esistenti.

Secondo le associazioni, disperdere professionalità già formate rappresenterebbe un costo organizzativo che il sistema giudiziario italiano non può permettersi.

Il vero rischio: una giustizia ancora più lenta

Dietro la vicenda dei magistrati onorari “post Orlando” si nasconde, in realtà, una domanda molto più ampia: chi farà funzionare concretamente i tribunali italiani nei prossimi anni?

Perché il problema non riguarda soltanto il destino professionale di oltre mille magistrati.

Riguarda la tenuta stessa degli uffici giudiziari.

In un sistema già affaticato da carenze croniche di organico, la perdita contemporanea di centinaia di magistrati esperti rischia di tradursi in processi più lenti, udienze rinviate e tempi ancora più lunghi per cittadini e imprese.

E quando la giustizia rallenta, il costo non resta confinato dentro i tribunali.

Lo paga il cittadino che aspetta una decisione.

Lo paga l’impresa che non riesce a ottenere tutela in tempi ragionevoli.

Lo paga, soprattutto, la credibilità dello Stato.

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