La frenesia è la condanna di chi opera nell’informazione giuridica.
È inflitta dal ritmo infernale che i produttori di diritto imprimono alle loro attività.
Non passa praticamente giorno senza che ci siano nuove misure normative di ogni ordine e grado, o il loro annuncio ed è più o meno la stessa cosa, nuove decisioni giudiziarie di merito e legittimità, nuovi dibattiti e conflitti su questioni giuridiche, nuove prassi.
Chi informa tenta di non perdere contatto ma è un’impresa difficile.
Il rischio più grave è però quello di perdere se stessi, dimenticando che l’essenza del giurista è quella di farsi domande e, se ci riesce, dare ogni tanto qualche risposta, tenendosi comunque pronto a cambiare sia le domande che le risposte se si accorgesse di essersi sbagliato, di non avere capito quanto serviva.
L’unico antidoto è sottrarsi alla frenesia, fermarsi e lasciare il pensiero libero di scorrere.
La scorreria di oggi va in direzione della giurisprudenza.
C’è qualcosa che appare qua e là, fatta di frammenti tratti da singoli episodi.
È difficile da mettere a fuoco, è incerto il suo significato così come la sua ampiezza ma qualcosa c’è.
Mi concentro sulle evidenze di questi giorni ma un lavoro retrospettivo mi consentirebbe di raccogliere decine e decine di frammenti simili
Una Corte d’appello legge in udienza un certo dispositivo che contiene una sentenza di condanna ad una certa pena. Più avanti viene depositata la motivazione e il dispositivo in calce è sensibilmente diverso da quello letto in pubblica udienza. La pena principale è aumentata, la pena accessoria pure, viene reintrodotta l’interdizione legale. La motivazione è al servizio di questo nuovo e peggiorativo trattamento sanzionatorio. La Corte di cassazione annulla con rinvio la sentenza muovendo ai giudici d’appello la grave accusa di un “inammissibile ripensamento” (a questo link per il nostro approfondimento).
Un magistrato di sorveglianza revoca la misura della detenzione domiciliare sostitutiva. L’interessato ricorre per cassazione, la Suprema Corte riqualifica la sua impugnazione come opposizione e trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza. Questi dichiara inammissibile l’opposizione, sull’evidente presupposto della non condivisione della determinazione della competenza operata dai giudici di legittimità. In altre parole, entra in conflitto con la Corte regolatrice la quale, ovviamente, annulla con rinvio il suo provvedimento (a questo link per il nostro approfondimento).
Sono entrambi episodi particolarmente gravi: una Corte inasprisce la pena fuori dal giudizio e dopo di esso; un giudice di merito ignora la regolamentazione di competenza dettata dalla Suprema Corte.
Sono già gravi per avere violato la grammatica minima del giudizio e delle regole procedurali che lo scandiscono.
Sono assai più gravi perché in entrambi i casi la violazione si è tradotta in un danno consistente per chi le ha subite: un imputato si è visto aumentare la pena di cinque anni, un condannato cui è stata revocata la detenzione domiciliare attende ancora di sapere se la sua opposizione produrrà o no il frutto sperato.
Cosa ci dicono questi due frammenti?
Ci parlano di certo di giudici estranei alla cultura della giurisdizione perché chi ne è imbevuto non potrebbe concepire per un solo istante di allontanarsi così tanto dall’ortodossia procedurale e non riverserebbe in atti giurisdizionali suoi convincimenti così soggettivi.
Ma ci raccontano anche un’altra storia, quella di coloro che pensano che il giudizio è un ambito per la realizzazione di se stessi e delle proprie personali battaglie piuttosto che per la migliore risposta di giustizia.
Solo due episodi isolati?
Qui comincia la difficoltà di messa a fuoco di cui parlavo.
La verità è che non lo so, sebbene siano solo gli ultimi di una lunga serie che Terzultima Fermata ha documentato nel corso di ormai parecchi anni.
Come si fa, ad esempio, ad affermare con certezza che un dispositivo di sentenza precompilato equivalga ad una decisione presa prima e a prescindere dalla discussione? È solo un’ipotesi tra le tante possibili.
Oppure, saltando di palo in frasca, come si può sostenere che il giudice che consiglia agli indagati di fare a meno dei difensori d’ufficio pensi solo ad avere le mani libere anziché essere sinceramente preoccupato di evitargli spese inutili?
Una sola cosa mi sento di ipotizzare: tutti questi frammenti messi insieme denotano un’insofferenza crescente verso le forme, le norme di cui sono espressione, i valori e i principi che vi sono incarnati.
E se avessi ragione, sarebbe già una situazione da allarme rosso.
