La storia di Corrado Carnevale (Licata, 1930 – Roma, 2026) è quella di un numero primo.
Primo per l’eccellenza delle doti intellettuali e professionali e per i traguardi che gli consentirono di raggiungere.
Ma anche per la puntigliosità implacabile e la nettezza spigolosa della sua personalità e della sua visione del compito della giurisdizione che lo resero l’emblema e l’alfiere della giustizia formale.
E infine per la straordinarietà degli eventi avversi che caratterizzarono la sua vita, costringendolo a spendere anni per difendersi da accuse penali (diventando, suo malgrado, l’eponimo di una importante decisione delle Sezioni unite penali che annullarono senza rinvio la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa), dall’ostracismo di strati estesi della magistratura e della politica, dall’ostilità di campagne stampa che lo dipinsero come una quinta colonna di Cosa nostra dentro la Cassazione, perfino dall’ostilità di ambienti artistici.
Una vita cui calza a pennello l’immagine evocata dal titolo del bel libro di Paolo Giordano che vinse il premio Strega nel 2006, “La solitudine dei numeri primi”.
La storia che segue non è e non vuole essere la biografia di Corrado Carnevale.
È piuttosto una selezione, opinabile come qualunque altra, di alcuni dei suoi tratti personali e degli eventi che scandirono la sua lunga vita.
