La vulnerabilità dell’ascolto e il rischio del mandato (Lucio Scotti)

Man in suit reacts to a drink spilled inside a car

Ci sono fatti che rischiano di essere archiviati troppo in fretta come episodi isolati di violenza. L’aggressione subita a Messina dal collega Pierfrancesco Broccio, colpito al volto con dell’acido da una propria assistita, appartiene anzitutto alla cronaca e alla necessaria solidarietà verso chi ne è rimasto vittima. Per chi esercita la professione forense, tuttavia, pone anche una domanda più difficile: quanto può essere vulnerabile l’avvocato proprio nel luogo in cui la professione gli impone di ascoltare?

Il dato che emerge dalle prime ricostruzioni della vicenda è particolarmente significativo. L’aggressione sarebbe maturata dopo che il legale aveva invitato la propria assistita a sostenere la verità, anziché confermare una falsa accusa. Al di là degli accertamenti che spetteranno agli organi competenti, è proprio questo elemento a restituire la complessità della relazione tra avvocato e cliente.

L’avvocato non è chiamato a dare ragione al proprio assistito. È chiamato a difenderne i diritti e gli interessi nell’ambito dell’ordinamento, anche quando ciò significa rappresentargli una realtà diversa da quella che vorrebbe sentirsi confermare. La funzione difensiva non coincide con la condivisione delle convinzioni personali del cliente e il rapporto fiduciario non trasforma il professionista in un esecutore delle sue aspettative.

È una distinzione essenziale, che diventa ancora più delicata quando il mandato nasce all’interno di vicende nelle quali il diritto si intreccia con conflitti familiari, separazioni, accuse, perdite economiche o altre situazioni di forte tensione personale. In questi casi l’avvocato non incontra soltanto una questione giuridica. Incontra una persona che spesso arriva nello studio portando con sé una parte della propria vita.

L’ascolto diventa così uno degli strumenti fondamentali della professione. Prima ancora degli atti, delle norme e delle strategie processuali, l’avvocato deve comprendere ciò che il cliente racconta, distinguere i fatti dalle percezioni, individuare ciò che può trovare tutela nell’ordinamento e ciò che invece non può trovarla. Proprio per questo l’ascolto non è una componente accessoria del mandato: è una delle condizioni attraverso le quali può essere esercitato correttamente.

Ed è anche il punto nel quale la professione può diventare più esposta.

La relazione fiduciaria, infatti, produce una particolare prossimità. Il cliente affida all’avvocato informazioni personali, paure, conflitti e aspettative. L’avvocato si addentra, per ragioni professionali, in territori della vita nei quali altri soggetti spesso non entrano. Questa prossimità è indispensabile alla difesa, ma può rendere più sottile il confine tra il ruolo professionale e il coinvolgimento emotivo del cliente.

Il Codice deontologico forense, nel delineare i doveri dell’avvocato, non configura dunque il rapporto con l’assistito come una relazione nella quale ogni richiesta debba essere assecondata. La funzione conserva una propria autonomia e si esercita nel rispetto della legge, della deontologia e della corretta amministrazione della giustizia. Il professionista deve tutelare l’interesse del cliente senza perdere la propria indipendenza.

È proprio questa indipendenza, talvolta, a rendere necessario dire una parola che il cliente non vuole ascoltare. Dire che una determinata ricostruzione non è sostenibile. Spiegare che una pretesa non trova tutela. Sconsigliare una determinata iniziativa. Invitare a non alterare la realtà dei fatti. Ricondurre una vicenda personale dentro i confini del diritto. Sono tutte espressioni ordinarie dell’attività forense, eppure possono essere percepite da chi vive una situazione di particolare fragilità come un rifiuto, un tradimento o addirittura un’ostilità.

Naturalmente, nulla di tutto questo può attenuare la responsabilità di chi trasforma la frustrazione in violenza. L’avvocato non deve diventare il destinatario delle conseguenze emotive delle decisioni che, professionalmente, è chiamato ad assumere. La violenza resta violenza e non trova alcuna giustificazione.

Resta però una questione che riguarda l’intera comunità professionale. La sicurezza dell’avvocato non può essere considerata un tema estraneo alla deontologia e all’organizzazione dello studio. Anche la capacità di riconoscere situazioni di particolare tensione, di stabilire confini professionali chiari, di non confondere disponibilità con reperibilità continua e di adottare le necessarie cautele nei rapporti con l’assistito appartiene alla responsabilità con cui oggi deve essere esercitata la professione.

Perché l’avvocato, a differenza di quanto talvolta si immagina, non esercita una funzione che lo pone al riparo dal conflitto: spesso vi entra proprio per ricondurlo entro le regole.

La vicenda di Messina ricorda allora una verità tanto semplice quanto scomoda. L’avvocato deve saper ascoltare, ma non può farsi assorbire dal dolore che ascolta. Deve comprendere, senza necessariamente condividere. Deve difendere, senza diventare il destinatario di ogni aspettativa. Deve essere vicino al proprio assistito, conservando tuttavia quella distanza professionale che gli consente di svolgere davvero la propria funzione.

L’ascolto resta uno degli strumenti più preziosi della professione forense. È anche uno dei suoi punti di maggiore vulnerabilità.

Per questo la tutela dell’avvocato non può significare soltanto proteggerne l’incolumità quando il rischio si è già manifestato. Significa anche riconoscere, prima ancora, quanto delicato sia il ruolo di chi ogni giorno apre la porta del proprio studio e accetta di ascoltare la parte più conflittuale della vita di un’altra persona.

La toga impone di ascoltare. Non impone di essere invulnerabili.

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