Polizia Municipale e oltraggio: è illegittima l’automatica esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (Riccardo Radi)

Man arguing with local police officer in Italian city street

La Cassazione penale sezione 6 con la sentenza numero 14741/2026 ha stabilito che ai fini dell’operatività della preclusione prevista dall’art. 131-bis, comma 3, n. 2, c.p. con riferimento al delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, il mero status di appartenente alla polizia municipale della persona offesa non è sufficiente a integrare la qualità di ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza nell’esercizio delle proprie funzioni, essendo necessario accertare in concreto, rispettivamente, lo svolgimento delle attività di cui all’art. 57 c.p.p. ovvero l’esistenza del formale conferimento prefettizio della qualifica di agente di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 5 della l. n. 65 del 1986.

In difetto di tale verifica, è illegittima l’automatica esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

La Corte di appello ha escluso l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen. per la ritenuta ostatività del divieto normativo previsto, con riferimento all’art. 341 -bis, cod. pen., dal terzo comma della norma in esame, di cui il ricorrente denuncia profili di contrasto con gli artt. 3, 24e 111 Cost.

Il tema dei profili di frizione di tale divieto con i ridetti parametri costituzionali è stato, poi, sviluppato dal Procuratore generale che ha osservato come, a seguito della sentenza n. 172 del 20/10/2025 con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 131 -bis, terzo comma, cod. pen. nella parte in cui si riferisce agli artt. 336 e 337 dello stesso codice, debba dubitarsi della ragionevolezza del persistente limite di operatività della causa di non punibilità con riferimento al reato di cui all’art. 341-bis cod. pen.

Le argomentazioni spese dalla Corte costituzionale, che ha individuato un profilo di manifesta irragionevolezza nella esclusione della causa di non punibilità in relazione ai reati di cui agli artt. 336e 337 cod. pen., posti in essere in danno di un agente pubblico individuale, a fronte della sua applicabilità ad un reato più grave quale quello di cui all’art. 338 cod. pen., posto in essere in danno dell’agente pubblico, fondano la prospettazione di un analogo profilo di irragionevolezza con riguardo al reato di cui all’art. 341-bis cod. pen., sotto un duplice profilo.

In primo luogo, la legge 8 agosto 2019, n. 77 aveva limitato l’operatività della causa di non punibilità per i reati di cui agli artt. 336, 337e 341-bis cod. pen., mentre, a seguito della citata pronuncia della Corte costituzionale, rimane escluso dall’applicabilità dell’art. 131 -bis cod. pen. solo il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, meno grave dei primi due in considerazione dell’assenza di condotte violente o minacciose ed in effetti punito con una più contenuta sanzione edittale.

Un secondo profilo di irragionevolezza sarebbe desumibile dal confronto tra il reato di oltraggio e il reato di diffamazione commesso con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità previsto dall’art. 595, terzo comma cod. pen. che, ove aggravato perché commesso contro un pubblico ufficiale, continuerebbe ad essere ricompreso tra i reati ai quali è applicabile la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, nonostante la sua maggiore gravità derivante dall’essere l’offesa percepibile da una platea potenzialmente indeterminata di soggetti.

Ritenuta la rilevanza della questione nel presente giudizio, nel quale l’istituto della particolare tenuità del fatto è stato escluso dal giudice di appello solo in ragione del divieto normativo attualmente previsto dall’art. 131-bis cod. pen., il Procuratore generale ha chiesto di sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen. nella parte in cui si riferisce all’art. 341 -bis cod. pen.

Osserva la Suprema Corte che, pur potendosi dubitare della ragionevolezza del persistente divieto di cui all’art. 131 -bis, terzo comma, n. 2 cod. pen. in relazione al reato di cui all’art. 341-b/s cod. pen., alla luceupronuncia della Corte Cost. n. 172 del 20/10/2025, non sussistono i presupposti per attivare l’incidente di costituzionalità per difetto del requisito della rilevanza. In proposito, va rammentato che l’art. 131-bis, terzo comma, n. 2, prevede che l’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede “per i delitti previsti dagli articoli (336, 337 e) 341 bis, quando il fatto è commesso nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni (…)”.

L’esclusione ex lege della causa di non punibilità è, dunque riferita, non al reato di cui all’art. 341 bis cod. pen. “tout court”, ma alla sola ipotesi in cui il reato di EDU oltraggio è commesso “nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni“, ovvero nei confronti di una categoria più ristretta di quella, più generica, dei pubblici ufficiali, individuata in correlazione con lo svolgimento delle specifiche funzioni di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza.

L’operatività del divieto presuppone, dunque, la necessaria verifica dell’effettivo svolgimento, nel caso concreto, di tali funzioni da parte dei soggetti qualificati nei cui confronti il reato di oltraggio è commesso, poiché solo ove tale verifica abbia esito positivo la prospettata questione di legittimità costituzionale può ritenersi non solo .non manifestamente infondata ma anche rilevante.

L’articolo 23, secondo comma, della legge n. 87 del 1953 condiziona, infatti, il rinvio alla Corte costituzionale al requisito che il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale, che deve atteggiarsi dunque a presupposto necessario del giudizio principale (sentenza Corte Cost. 45/1972); la pregiudizialità ha, quale carattere indefettibile, quello dell’attualità, dovendo la questione di legittimità essere in rapporto di rigorosa strumentalità fra la risoluzione della questione sollevata ed il progredire verso la decisione del giudizio a quo, che non deve poter proseguire indipendentemente dalla risoluzione della questione incidentale.

La questione non deve dunque avere carattere meramente ipotetico e virtuale (così sentenze Corte Cost. 281/2013 e 134/2016), né prematuro (sentenze Corte Cost. 26/2012, 176/2011, 363/2010).

Ebbene, nel caso in esame, è da escludersi che gli istruttori di polizia municipale D. V. e M., al momento del fatto, rivestissero la qualifica di agenti di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni, mentre non risulta accertato che gli stessi rivestissero la qualifica di agenti di pubblica sicurezza nell’esercizio delle proprie funzioni.

Sotto il primo profilo, va rammentato che le funzioni di polizia giudiziaria delle polizie locali trovano un primo riferimento normativo nella legge 7 marzo 1986, n. 65 (Legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale).

L’art. 3 l. cit. stabilisce che “Gli addetti al servizio di polizia municipale esercitano nel territorio di competenza le funzioni istituzionali previste dalla presente legge e collaborano, nell’ambito delle proprie attribuzioni, con le Forze di polizia dello Stato, previa disposizione del sindaco, quando ne venga fatta, per specifiche operazioni, motivata richiesta dalle competenti autorità”, mentre l’art, mentre l’art. 4, n. 4, lett. b), dispone che “le operazioni esterne di polizia, d’iniziativa dei singoli durante il servizio, sono ammesse esclusivamente in caso di necessità dovuto alla flagranza dell’illecito nel territorio di appartenenza“.

Le funzioni di polizia giudiziaria sono poi espressamente disciplinate dall’art. 5 l. cit, che, al comma 1, lett. a), stabilisce che “Il personale che svolge servizio di polizia municipale, nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza e nei limiti delle proprie attribuzioni, esercita anche a) funzioni di polizia giudiziaria, rivestendo a tal fine la qualità di agente di polizia giudiziaria, riferita agli operatori, o di ufficiale di polizia giudiziaria, riferita ai responsabili del servizio o del Corpo e agli addetti al coordinamento e al controllo, ai sensi dell’articolo 221, terzo comma, del codice di procedura penale“.

La disciplina dettata dalla legge n. 65/1986 va letta in correlazione con l’art. 57 cod. proc. pen.che, nell’indicare le categorie di soggetti cui è riconosciuta la qualifica di ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, precisa, al comma 2 lett. b), che sono agenti di polizia giudiziaria “i carabinieri, le guardie di finanza, gli agenti di custodia, le guardie forestali e, nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza, le guardie delle province e dei comuni quando sono in servizio” e, al comma 3, stabilisce che “Sono altresì ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, nei limiti del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall’articolo 55”, funzioni il cui esercizio è subordinato, dunque, al rispetto dei limiti, territoriali e temporali, stabiliti dalla già menzionata legge n. 65/1986.

La giurisprudenza di legittimità ha, infatti, costantemente interpretato tale quadro normativo nel senso che “la qualifica di agenti di polizia giudiziaria attribuita ai vigili urbani è limitata nel tempo (“quando sono in servizio”) e nello spazio (“nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza”), a differenza di altri corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.) i cui appartenenti operano su tutto il territorio nazionale e sono sempre in servizio” (Sez. 1, n. 8281 del 09/05/1995, dep. 22/07/1995; Rv. 202121; conf. Sez. 2, n. 35099 del 10/06/2015, Rv. 264531-01).

Tale orientamento è stato ribadito con sentenza Sez. 3, n. 31930 del 07/06/2022, Rv. 283482-01, che ha richiamato l’insegnamento “risalente ma mai messo in discussione” in forza del quale “(l)e guardie municipali, in quanto agenti di polizia giudiziaria ai sensi del combinato disposto degli artt. 57, comma 2, lett. b), cod. proc. pen. e 5 legge 7 marzo 1986, n. 65, sono investite del potere di intervento nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza e nei limiti delle rispettive attribuzioni, rientrando in esse lo svolgimento di funzioni relative all’accertamento di reati di qualsiasi genere, anche se non lesivi di interessi comunali, verificatisi in loro presenza o che, comunque, richiedano un pronto intervento al fine di acquisizione probatoria”.

Dunque, posto che le operazioni di polizia giudiziaria da parte della Polizia municipale, d’iniziativa dei singoli agenti durante il servizio, sono ammesse esclusivamente in caso di necessità e legate alla flagranza dell’illecito commesso nel territorio di appartenenza, ne consegue che la qualifica di agente di polizia giudiziaria è riconosciuta agli appartenenti alla polizia municipale solo nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza e nell’esercizio delle funzioni di cui all’art. 55 cod. proc. pen. in una situazione di flagranza di reato che impone di attivarsi anche per l’assicurazione delle fonti di prova. 4.2. Quanto al secondo profilo, concernente l’attribuzione agli appartenenti alla polizia municipale della qualifica di agenti di pubblica sicurezza, va rilevato che l’art.5 della legge quadro, nell’attribuire al personale della polizia municipale “funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 3 della presente legge”, prevede espressamente, al comma 2, che il prefetto conferisce al suddetto personale, previa comunicazione del sindaco, la qualità di agente di pubblica sicurezza, dopo aver accertato il possesso degli specifici requisiti previsti dalla medesima disposizione.

La qualifica di addetto alla pubblica sicurezza non è, pertanto, correlata automaticamente a quella di appartenente alla polizia municipale, ma presuppone uno specifico provvedimento formale da parte del Prefetto, capo della pubblica sicurezza nel territorio provinciale.

Le coordinate ermeneutiche sopra delineate sono state ribadite, di recente, dalla cassazione con la sentenza (Sez. 6, Sentenza n. 31231 del 25/09/2020 Rv. 279886-01) che, con riguardo ad una fattispecie di lesioni commesse in danno di appartenenti alla polizia municipale, ha affermato che l’aggravante prevista dall’art. 576, primo comma, lett. 5-bis, cod. pen., in forza del quale la pena è aggravata quando “il fatto è commesso nei confronti di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza, nell’atto o a causa dell’adempimento delle proprie funzioni” non risulta sempre configurabile nel caso di reato commesso ai danni di appartenenti alla polizia municipale, in quanto questi ultimi rivestono la qualifica di ufficiale o agente di polizia giudiziaria solo se risulti in concreto lo svolgimento delle attività previste dall’art. 57 cod. proc. pen., ovvero quella di agente di pubblica sicurezza a condizione che vi sia un formale provvedimento prefettizio adottato ai sensi dell’art. 5 della legge 7 marzo 1986, n. 65″. Si tratta di principio che, per quanto si è detto, è applicabile anche con riferimento alla questione relativa all’applicabilità del divieto ex lege di ritenere di particolare tenuità l’offesa quando si procede per il delitto previsto dall’art. 341-bis cod. pen.

Deve dunque, conclusivamente, affermarsi che tale divieto, operante limitatamente alle ipotesi in cui il fatto è commesso nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni, non risulta configurabile per il solo fatto che il reato è stato commesso in danno di appartenenti alla polizia municipale, richiedendosi, invece, la verifica in ordine all’effettiva assunzione della qualifica di ufficiale o agente di polizia giudiziaria, in ragione dello svolgimento, al momento del fatto, delle attività previste dall’art. 57 cod. proc. pen., ovvero di quella di agente di pubblica sicurezza, che presuppone un formale provvedimento prefettizio adottato ai sensi dell’art. 5 della legge 7 marzo 1986, n. 65.

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