È azzardata la similitudine tra una partita di tennis e un dibattimento penale?
Magari sì ma ci provo lo stesso.
12 luglio 2026, 4 pm ora locale (17 in Italia), All England Club, campo centrale, Wimbledon, Londra, Regno Unito, finale del torneo maschile.
Il contesto è noto: Wimbledon è il tempio del tennis mondiale, vincere il torneo è il sogno di ogni tennista e riuscire a farlo significa entrare nella storia dello sport.
A disputarsi la vittoria sono l’italiano Jannik Sinner, numero uno del ranking ATP, e il tedesco Alexander Zverev, numero due.
Le previsioni della vigilia, a partire da quelle dei bookmakers, sono tutte a favore di Sinner: è il defending champion, da anni è al vertice del tennis assieme a Carlos Alcaraz, nel 2026 ha dominato quasi tutti i più grandi tornei e vinto quasi tutte le partite disputate; ha sconfitto nove volte di fila lo sfidante; Zverev, dal canto suo, è in un periodo di grande forma, viene dalla vittoria nel prestigioso torneo parigino del Roland Garros che gli ha dato fiducia nei suoi mezzi ma tutto questo non sembra sufficiente per sconfiggere il numero uno.
Inizia la partita e le cose non vanno secondo pronostico.
Zverev è inattaccabile nei suoi turni di servizio, mettendo in campo oltre l’80% delle prime ad una velocità media abbondantemente superiore a 200 km orari. E, cosa per lui non scontata, colpisce forte, preciso e profondo di diritto.
Sinner riesce raramente a decifrare la direzione della palla e rimandarla dall’altra parte del campo. Mostra chiari segni di frustrazione, allarga le braccia, scuote la testa, prova più volte a cambiare posizione ma non ottiene i risultati sperati.
Fa l’unica cosa che può fare perché dipende da lui: tiene i suoi turni di servizio, resiste.
Si arriva al tie-break e Zverev lo vince, continuando il suo stato di grazia: un set a zero per lui.
Inizia il secondo set e la storia si ripete uguale: il tedesco continua a servire benissimo, l’italiano non trova la chiave per rispondere efficacemente ma vince tutti i suoi turni di servizio senza quasi consentire all’avversario di avvicinarglisi quanto basta per metterlo in difficoltà.
il secondo tie-break è l’ovvia conseguenza ma questa volta le cose cambiano: Sinner non è più il ribattitore che può sperare al massimo di rimandare debolmente la pallina e poi rassegnarsi a subire l’ennesimo diritto assassino; la sua lettura del servizio del tedesco è migliorata, risponde, aggredisce, finalizza. Un set pari.
Il terzo e il quarto set confermano il destino che è apparso ineluttabile dalla fine del secondo.
Non che Zverev abbia rinunciato a lottare, niente affatto. Non è lui che cambia o forse sì ma poco.
Il cambiamento che conta avviene in Sinner: per due ore ha resistito alle bordate iniziali senza perdersi d’animo e nel frattempo, mentre l’altro ha continuato a battere anche a 140 miglia orarie, lo ha studiato, immaginando e sperimentando strategie oppositive.
Ma c’è ancora qualcosa di rimarchevole ed è avvenuto prima della partita.
Sinner e il suo staff hanno preparato la partita in modo meticoloso, senza farsi distrarre dalle previsioni della vigilia o dalla sensazionale striscia dei precedenti successi.
Hanno immaginato tutti gli scenari possibili ed elaborato una strategia per ognuno di essi. Hanno preso in rassegna i punti di forza e di debolezza propri e dell’avversario e hanno lavorato duro per far pesare la bilancia dalla loro parte.
Torno al quesito di partenza e provo a renderlo plausibile.
La partita mi pare sia accostabile all’istruttoria dibattimentale e al suo ordine di svolgimento.
Qualcuno parte forte – l’accusa – perché lo scenario è congegnato proprio per presentare, talvolta esaltare, i risultati ottenuti, per lo più solitariamente con la difesa ferma in panchina, nella fase delle indagini preliminari.
Investigatori che raccontano l’esito dei loro accertamenti, spiegano il senso attribuito alle conversazioni intercettate, elencano la documentazione raccolta e la sua significatività in chiave accusatoria, concludono chiarendo perché le cose possono essere andate solo in un certo modo e perché qualunque interpretazione contraria è risibile.
Consulenti che, a loro volta, offrono riscontri scientifici a sostegno dell’accusa e spiegano anch’essi che la scienza, la loro scienza, non mente.
Testi lucidi, focalizzati, che non esitano ad avallare le proposizioni del PM.
La difesa dell’imputato sta lì.
Se ha fatto bene il suo lavoro prima del dibattimento, sa già che le arriveranno bordate imparabili ma intanto resiste e, qua e là, semina tracce, crea dubbi, inizia a mettere in crisi l’apparente inossidabilità del competitor.
Soprattutto, continua a studiare e analizzare, avvia il proprio programma oppositivo e, ove occorra, lo modifica in corso d’opera.
Può allora succedere – non sempre e non per forza, nessuno fa miracoli – che la brillantezza del protagonista iniziale inizi a mostrare crepe che potrebbero trasformarsi in voragini se, spingendosi il dibattimento in avanti, l’opponente disponga di colpi risolutivi nel suo arsenale oppure, fa lo stesso, dimostri che non sono affatto risolutivi i colpi altrui.
Il dibattimento a un certo punto finisce e genera un certo esito.
Che significa vincerlo e che significa perderlo?
Ricorro ancora una volta a un esempio tratto dall’edizione appena conclusa di Wimbledon.
Il semisconosciuto tennista britannico Arthur Fery, proveniente dalle qualificazioni, è riuscito a raggiungere le semifinali per poi essere sconfitto da Alexander Zverev.
Ha perso, indiscutibilmente, ma il risultato ottenuto vale come una vittoria.
Il destino di Fery avrebbe dovuto essere quello di perdersi nell’anonimato dei giocatori di seconda o terza fascia ma si è ribellato, ha creduto in se stesso e ha ottenuto un risultato esaltante per il numero 114 del ranking ATP.
Nella prospettiva della difesa, vincere un processo non significa necessariamente ottenere l’assoluzione o il proscioglimento o la prescrizione.
Significa anche migliorare la posizione dell’assistito in punto di contestazione o di trattamento sanzionatorio, di misure sostitutive.
Significa qualunque cosa alleggerisca il carico finale e che sia possibile, anche se non scontato, ottenere.
È ora di concludere.
Mi sembra di poter dire che un match di tennis ricorda un dibattimento penale e quest’ultimo, a sua volta, è una metafora della vita.
Vincere e perdere hanno sempre un valore relativo che dipende dalle condizioni date, quelle che non si scelgono.
Ciò che conta è prepararsi al meglio per fronteggiarle, quali che siano.
Sinner ha fatto tutto questo e ha vinto per la seconda volta di seguito il torneo di tennis più prestigioso del mondo ma, se anche avesse perso in finale, il suo valore di persona e di atleta sarebbe rimasto intatto perché ha fatto e bene tutto quello che gli era possibile, tutto quello che dipendeva da lui.
Così è nel tennis, così è sempre.
