Il prossimo 23 maggio, presso il teatro Eliseo di Roma, si terrà un’assemblea straordinaria dell’UCPI per “un confronto e una riflessione sui temi della giustizia penale dopo il referendum costituzionale”, per “serrare i ranghi della nostra comunità” e, ultimo ma non ultimo, per “rivendicare, con la passione e l’orgoglio di sempre, il ruolo centrale che UCPI ha guadagnato in decenni di impegno strenuo”.
Troppo e, al tempo stesso, troppo poco, così penso.
Troppa, e mal riposta, la convinzione della centralità dell’UCPI.
Centrale rispetto a cosa?
Forse nella rappresentanza formale dei suoi circa 10.000 iscritti.
Ma è stata centrale anche nella rappresentanza dei loro interessi reali e concreti?
C’è un qualche vantaggio vero e visibile che un penalista possa riconoscere di avere ottenuto in virtù della sua appartenenza ad una Camera penale?
Dov’è e cosa fa l’UCPI quando un penalista affronta le insidie e la frustrazione della giustizia telematica, subisce prassi applicative che ne mortificano la funzione, deve destreggiarsi tra indirizzi interpretativi di merito e di legittimità che sviliscono le garanzie di libertà degli accusati, corrodono il principio della parità degli armi tra le parti e relegano sullo sfondo il contraddittorio?
Come reagisce l’Unione a misure legislative sempre più securitarie e sempre meno propense a tutelare le libertà e i diritto fondamentali dei cittadini?
Se poi si esce dall’ambito della rappresentanza interna e si guarda alla posizione dell’UCPI nel rapporto con i pubblici poteri, la valutazione non può che essere impietosa.
Al di là di sporadici ed estemporanei segnali di esistenza in vita, nella maggior parte dei casi concepiti come pure petizioni di principio, credo di poter dire che il peso specifico dell’Unione sia prossimo allo zero.
Lo scontro, l’unico che conta, è tra il governo e la magistratura e l’avvocatura vi è ammessa e vi partecipa solo come spettatore simpatizzante e plaudente dell’una o dell’altra parte.
Anche la strada delle alleanze, come quella col Governo Meloni, e per esso col Ministro Nordio, tentata nella vana illusione di contare un po’ più di zero nel grande calderone della riforma della giustizia, è stata percorsa in modo acritico (alludo al caso Almasri e alla nota di sostegno dell’UCPI, francamente disarmante per pochezza argomentativa), e dilettantesco (in questo caso alludo all’esclusione dell’Unione dalle tribune elettorali, pare per avere presentato in ritardo la domanda di partecipazione).
Non accenno neanche alla questione dell’avvocatura in Costituzione, una storica e sacrosanta battaglia che nessuno, tantomeno l’UCPI, sembra avere la forza di fare uscire dalla palude.
Passo adesso al troppo poco.
Per quanto mi impegni, non trovo tracce consistenti di quell’impegno strenuo sbandierato nella comunicazione dell’assemblea riguardo alla gigantesca e disumana emergenza carceri.
Sì, certo, maratone oratorie a più non posso, belle frasi e bei pensieri sparsi per ogni dove ma poi?
Che ne è stato dell’eredità di Marco Pannella, cosa si fa per tenere viva la memoria delle storie di straordinaria ingiustizia che hanno punteggiato senza sosta gli ultimi decenni, quali iniziative si organizzano per avviare una riflessione profonda sugli errori giudiziari e sulle cause che li alimentano?
Vogliamo poi parlare dei veti e delle opposizioni che l’ANM prospetta ad ogni riforma che rafforzi le garanzie di sistema?
Che si tratti del potere cautelare e dei suoi controlli oppure dei limiti delle intercettazioni o quant’altro ancora, l’ANM si mostra sempre contrariata e fa quanto è in suo potere (e il suo potere è tanto) per rallentare e sopire.
Che fa l’UCPI, parla dice qualcosa, soprattutto qualcosa che valga la pena sentire oppure tace?
Concludo.
L’Unione invita noi iscritti a riflettere e confrontarci.
Subito dopo, contraddittoriamente anche allo spirito dell’assemblea del 2 aprile la camera penale capitolina ci invita a serrare i ranghi (vedi link)
Io non intendo partecipare per serrare i ranghi, non penso sia questo il mio compito di iscritto.
Voglio invece dire la mia, esprimere le mie critiche, promuovere i cambiamenti di prospettiva che mi paiono indispensabili.
Mi piacerebbe che questo spirito non facesse di me un eretico, uno da tenere ai margini, ma se è il prezzo da pagare per poter dire liberamente la mia, lo pago volentieri.
