La nostra posizione sulla separazione delle carriere (Terzultima Fermata)

Come tutti coloro che scrivono di diritto, abbiamo pubblicato parecchi scritti sulla questione della separazione delle carriere.

Da singoli, in coppia, di Autori esterni.

Quando il progetto di riforma era ancora in corso e dopo la sua approvazione.

Riflessioni autonome e commenti di riflessioni altrui.

Su questo o quell’aspetto.

Partendo dal passato o rimanendo nel presente.

Con toni critici o compassati.

Per farla breve, abbiamo scritto tanto, in varie direzioni e secondo molteplici prospettive.

Questo nostro attivismo è stato inteso in tanti modi.

Più di ogni altra cosa ci è stato detto, o forse meglio contestato, che abbiamo assunto una posizione fiancheggiatrice del fronte del Sì alla separazione.

Chi ha espresso questa convinzione ha talvolta aggiunto che il nostro fiancheggiamento è subdolo nel senso che lo mascheriamo con un’inesistente neutralità: faremmo finta di analizzare oggettivamente la questione mentre in realtà ci concentreremmo, per di più in modo strumentale, solo sugli argomenti capaci di suscitare indignazione e irrisione verso l’ordine giudiziario (tra questi, primariamente, la giurisprudenza disciplinare e le decisioni – diciamo così – non destinate a fare la storia).

Ci è stato detto addirittura – non pubblicamente ma per le vie brevi – che stiamo facendo più danno noi al fronte del No di tanti comitati per il Sì.

Il primo istinto sarebbe quello di dimostrare, post alla mano, che non siamo colpevoli di tutte queste nefandezze e che oltrepassa il ridicolo attribuirci una capacità distruttiva e denigratoria che va ben al di là del raggio d’azione e di influenza di un blog artigianale.

Capiamo però che è un istinto da tenere a freno: le opinioni, proprio perché tali, trovano legittimazione in se stesse e non sono confutabili.

Molto meglio dire – ed è la verità – che la nostra posizione sulla separazione delle carriere è una non posizione perché può contenerle tutte.

Se c’è un filo conduttore in quello che abbiamo esternato, è che ci siamo fatti influenzare da sensazioni ed emozioni più che da categorizzazioni giuridiche e approfondimenti ordinamentali che, in ogni caso, altri sono capaci di fare assai meglio di noi.

Qualche esempio può servire a spiegarci.

Se abbiamo letto una sentenza o una massima che ci sono sembrate negare a vantaggio dell’accusa pubblica la parità delle armi, in quel momento ci è parso imprescindibile recidere con forza un connubio innaturale tra PM e giudice.

Se ci siamo imbattuti in decisioni della Sezione disciplinare del CSM distanti anni luce dal comune sentire, abbiamo avvertito la necessità di creare condizioni che rendano più difficile il mantenimento di privilegi castali.

Ma se poi abbiamo avuto notizia di attacchi scomposti a PM e giudici additati allo sdegno popolare per il solo fatto di avere esercitato le loro funzioni secondo legge e coscienza, quel giorno li abbiamo difesi e abbiamo pensato che un’involuzione autoritaria del rapporto tra Esecutivo e Ordine giudiziario ci vedrebbe schierati accanto a quest’ultimo.

E se abbiamo letto decisioni alte e nobili della giurisdizione, lo abbiamo considerato un privilegio e non abbiamo esitato a darne testimonianza.

Questa è stata e sarà la nostra posizione/non posizione e non c’è nient’altro da aggiungere.