Beniamino Zuncheddu: la Corte di appello gli negherà l’indennizzo? (Riccardo Radi)

Man sitting on bench with classical statue in park

“Beniamino Zuncheddu: l’errore giudiziario che farà storia” il titolo di un mio pezzo scritto il 29 marzo 2022.

Quel giorno a Corte di appello di Roma sezione 4 nell’aula deserta dove c’era solo l’avvocato Trogu e nel pubblico il sottoscritto aveva disposto, dopo le sollecitazioni della difesa, una super-perizia che avrebbe dovuto trascrivere le intercettazioni ambientali e telefoniche che scagionavano Beniamino Zuncheddu. Nenne nominato il perito Garau che procedette alla trascrizione IPA delle conversazioni ambientali intercettate, come richiesto dalla Corte.

Quando scrissi quel pezzo nessuno conosceva la vicenda Zuncheddu e la battaglia portata avanti in solitudine dal collega Mauro Trogu, solo gli amici Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi avevano con la loro associazione Errori Giudiziari dato voce e risalto al più grande errore giudiziario della nostra storia giudiziaria.

A settembre, sempre nel silenzio dell’aula ovattata della corte di appello di Roma sezione 4 è iniziato il procedimento per la richiesta di indennizzo avanzata da Beniamino Zuncheddu per i 33 anni trascorsi in carcere da innocente, la prima udienza e’ scivolata via senza un nulla di fatto e l’inizio non è stato promettente, subito un rinvio.

E’ necessario seguire l’iter processuale della richiesta di indennizzo e seguitare a porsi gli interrogativi: come è stato possibile? Come è potuto accadere che un uomo qualunque di un luogo qualunque in un tempo qualunque si veda rubare la vita da innocente, entrando in carcere da giovane e uscendone da vecchio?

Ieri sera uscivo dal palazzo della Corte di appello di Roma dove il 26 gennaio 2024 si è messo il sigillo al più grande errore giudiziario della storia italiana ed ero amareggiato e intristito ed anche infastidito nel constatare che sono trascorsi più di due anni e Zuncheddu deve ancora lottare per vedersi riconoscere l’indennizzo per gli anni della sua vita rubati.

Sono triste, sì, il tardivo riconoscimento di un errore così eclatante – tardivo perfino nel tempo, ben quattro anni, impiegato per l’ultimo atto – mette fine alla tragedia ma non all’orrore per lo sciupio di una vita e oggi si deve ancora lottare e disquisire per avere almeno un ristoro economico per gli anni di una vita rubata.

E poi c’è la consapevolezza, quella di chi sa che questa storia e le tante altre che le sono compagne non insegneranno nulla a nessuno e verranno masticate e digerite e dimenticate in pochi giorni, il 15 ottobre uscirà il film “Zustissia” dove si racconta magistralmente la lunga vicenda giudiziaria. Andate a vederlo e riflettete, sono già trascorsi quasi tre anni dalla revisione e nessuna voce dal pianeta magistratura è pervenuta a Beniamino.

So che la giustizia non chiede scusa, non è tra i suoi compiti, sarebbe molto bello il contrario.

So che un dispositivo è un atto che non contempla critiche ed accuse, magari nella motivazione della revisione mi sarei aspettato altro e non affermazioni dubbiose.

So che un giudizio esaurisce in se stesso e nel suo epilogo il suo scopo funzionale.

Eppure, scioccamente, ho aspettato lo stesso, rimanendo ovviamente deluso, che qualcuno urlasse lo sdegno per una condanna a vita – a vita, per la miseria – frutto di un processo che di giusto e di equo non ha avuto nulla: indagini condotte all’insegna di un pregiudizio cieco, verdetti che hanno ignorato ogni evidenza contraria alla tesi d’accusa, logica e razionalità calpestate in ogni fase.

Eppure, mi dico ancora oggi, la storia di Beniamino Zuncheddu  è di quelle che sarebbe utile diffondere capillarmente perché consente, o meglio impone, di riflettere sui più importanti temi della giustizia penale di oggi e di sempre: l’irriducibile umanità del giudizio a dispetto di chi si danna per dimostrarne la razionalità; l’influenza che vi possono esercitare le componenti emotive di chiunque vi abbia un ruolo qualificato (giudici, parti, testi, esperti); il dubbio e la difficoltà di riconoscerne l’esistenza ed accettarne le conseguenze processuali; la forza magnetica del giudicato  e del convincimento di cui è frutto e la ritrosia a rimettere in discussione l’uno e l’altro.

Ognuno di questi aspetti è presente nella vicenda di Zuncheddu, con un’ulteriore e drammatica complicazione: quest’uomo è stato in carcere per 33 anni sulla base di una testimonianza che presentava delle incongruenze sin dall’inizio e che non sono state valutate.

Tutto questo viene raccontato nel film “Zustissia”.

Il 22 marzo del 2022 scrivevamo “Beniamino Zuncheddu: L’errore giudiziario che farà storia”, non perché siamo preveggenti ma semplicemente perché il dubbio traspariva dalla lettura delle carte processuali.

Quindi, oggi mi aspetterei che la corte di appello di Roma riconosca in tempi brevi l’indennizzo a Beniamino Zuncheddu che ha dovuto trascorrere 33 anni della sua vita in carcere da innocente, ha dovuto attendere quattro anni (la durata della revisione) per vedersi riconoscere un errore evidente fin dall’avvio del giudizio di revisione ed ora ha già atteso più di due anni per il riconoscimento di quanto è dovuto per il sacrificio della sua vita.

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