“Si vuole che sia dedito allo spaccio delle sostanze stupefacenti nell’ambiente artistico da lui frequentato”.
Questa proposizione (fonte: Guido Vitiello, Giustizia babilonese, 18 marzo 2013, consultabile a questo link) è tratta da un vecchio rapporto dei Carabinieri di Napoli dei primi anni Ottanta, è riferita a Enzo Tortora e tutti sappiamo com’è andata a finire.
Ma cosa intese dire il suo autore?
Tutto si consuma attorno a quel “Si vuole”.
Nient’altro che una diceria o, se si preferisce il linguaggio tecnico, una voce corrente nel pubblico, incontrollata e incontrollabile e quindi inservibile.
Eppure, quel “si vuole”, la cui impersonalità consentiva di estenderlo alla comunità e dunque al popolo, iniziò l’operazione che rese possibile il sacrificio di un innocente: quelle due parole messe insieme significavano anche “si crede” come pure “si pretende giustizia”.
E la giustizia arrivò, implacabile.
