Che nostalgia!
Per quel tempo in cui la Costituzione era diventata così virale che erano nate contemporaneamente la pizza Costituente (una specie di Margherita rivisitata con materie prime nobili) e quella Ricostituente (lo stesso ma con aggiunta di nduja e peperoncino in uscita, volendo anche in entrata) e nei locali si beveva ormai solo il cocktail Indipendenza e Autonomia (due parti di rhum, altre due sempre di rhum per sicurezza, un’idea di succo di lime e foglioline di menta).
Era quando i ragazzini innamorati citavano alle amate le frasi più celebri di Calamandrei e in genere funzionava, non sempre (ci sono sempre state quelle refrattarie alle mode) ma spesso.
E poi le feste, quanto ci divertiva alle feste: djset di Jellybean Benitez, alias Rocco Fraticelli, circoli tra i più altolocati, drink liberi, quella sensazione costante di leggera follia solo di rado disturbata da un laico del No che non capiva la differenza tra passerella e feste e diceva cazzate in entrambe le occasioni.
La fama, l’entusiasmo popolare, le collette dei ferrotranvieri e dei metalmeccanici a sostegno della causa, la magnifica convinzione che tutto era possibile e il meglio doveva ancora arrivare.
Nessun luogo ci è estraneo, si diceva e si sentiva, e in effetti si occupavano monasteri, gallerie d’arte, scuole, biblioteche, discoteche (beh, sì, anche quelle, che c’è di male, la Costituzione entra gratis dovunque).
Tutto finito, maledizione.
Si torna al grigiore delle assemblee, a quelle cerchie ristrette con nomi sovietici come Comitato direttivo centrale che ormai non usano manco più in Russia.
E di nuovo le elezioni per il CSM con candidature impostate vent’anni fa e dosate come un brut millesimé ma totalmente prive di bollicine e di brio a sentire i nomi che circolano.
Si stava meglio quando si stava peggio.
Che palle!
