L’avvocato da ventitré’ euro e ottanta centesimi: la normalizzazione dell’umiliazione forense (Lucio Scotti)

Judge in robes laughing and tossing coins towards a surprised lawyer in courtroom

Ventitré euro e ottanta centesimi.

Tanto è stato liquidato, IVA e CPA comprese, ad un’avvocata del Foro di Caltanissetta per l’attività svolta nell’ambito di un procedimento relativo alla proroga del trattenimento di un cittadino straniero presso il CPR di Trapani.

Una vicenda che colpisce non soltanto per l’esiguità della somma riconosciuta, quanto per il significato simbolico che inevitabilmente assume agli occhi di chi esercita la professione forense con serietà, preparazione e senso delle istituzioni. In quella cifra non c’è soltanto un compenso irrisorio. C’è il riflesso di un modo sempre più diffuso di percepire il lavoro dell’avvocato come qualcosa di comprimibile, sacrificabile, quasi privo di reale valore sociale.

Il punto non riguarda esclusivamente la corretta applicazione dei parametri ministeriali, tema che sarà affrontato nelle sedi opportune attraverso gli strumenti di impugnazione previsti dall’ordinamento. Il punto riguarda la dignità della professione.

Dietro un fascicolo non vi è un gesto automatico. Si celano studio degli atti, aggiornamento costante, responsabilità, tensione professionale, tempo sottratto alla vita privata, capacità di assumere decisioni delicate in contesti spesso complessi.

Nel caso specifico, peraltro, si trattava di una vicenda incidente sulla libertà personale di un individuo, quindi su uno dei diritti più sensibili e costituzionalmente rilevanti che possano transitare nelle aule di giustizia. Liquidare tutto questo con una somma che oggi basta appena per una cena in pizzeria e lascia ottanta centesimi per il caffè significa trasmettere un messaggio devastante, soprattutto ai più giovani.

L’Avvocatura italiana vive da anni una progressiva erosione del proprio prestigio sociale ed economico. Si pretende preparazione specialistica, disponibilità continua, reperibilità costante, aggiornamento permanente, esposizione a responsabilità sempre più gravose.

Parallelamente si assiste ad una svalutazione sistematica del lavoro intellettuale, spesso trattato come un costo da comprimere anziché come una funzione essenziale per la tutela dei diritti. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: giovani colleghi sottopagati, collaborazioni prive di reale dignità economica, professionisti costretti ad accettare condizioni mortificanti pur di restare nel mercato, studi che scaricano verso il basso il peso di una crisi ormai strutturale.

Vicende come questa producono un effetto ulteriore, ancora più pericoloso. Alimentano l’idea che il sacrificio, lo studio e la competenza possano essere retribuiti in modo puramente simbolico senza che ciò susciti scandalo istituzionale. Si finisce così per normalizzare l’umiliazione economica della professione forense.

Un passaggio culturale gravissimo.

L’avvocato non tutela soltanto l’interesse del singolo assistito. L’avvocato rappresenta un presidio di legalità, garantisce l’effettività del diritto di difesa, rende concretamente accessibile la giustizia. Quando si mortifica economicamente questa funzione, il danno non riguarda soltanto il professionista coinvolto. Riguarda la qualità stessa del sistema democratico.

Per questa ragione la scelta dell’avvocata di reagire e contestare la liquidazione assume un significato che va oltre il singolo episodio. Non appare come una rivendicazione personale, ma come un gesto di dignità professionale e di responsabilità verso l’intera categoria.

Tacere davanti a liquidazioni simboliche significa accettare che l’Avvocatura venga progressivamente trasformata in una professione senza riconoscimento, senza peso sociale, senza rispetto economico. Esprimere solidarietà in casi simili non costituisce semplice vicinanza umana tra colleghi. Significa difendere il principio secondo cui il lavoro professionale, soprattutto quando incide sulla tutela dei diritti fondamentali, non può essere degradato a prestazione quasi gratuita.

Forse il dato più inquietante è proprio questo: ventitré euro e ottanta centesimi non indignano più quanto dovrebbero. Ed è probabilmente qui che si misura la profondità della crisi dell’Avvocatura contemporanea.

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