Esistono vicende disciplinari che, pur nascendo da fatti apparentemente modesti, riescono a fotografare con precisione il mutamento silenzioso di un’intera cultura professionale. La storia dell’avvocato che utilizza il nome della propria praticante per sottoscrivere un abbonamento a una banca dati giuridica, salvo poi lasciarla esposta alle pretese creditorie della società editrice, appartiene a questa categoria. Non colpisce soltanto l’inadempimento economico, né la scorrettezza individuale del professionista. Colpisce soprattutto ciò che il fatto rivela sul rapporto contemporaneo tra dominus e collaboratore.
Per molto tempo lo studio legale è stato descritto come un luogo di trasmissione del sapere professionale. L’apprendimento del mestiere passava attraverso l’osservazione quotidiana, la condivisione del lavoro, il confronto con il dominus, la progressiva acquisizione di autonomia tecnica e umana. La pratica forense, almeno nella sua rappresentazione ideale, non coincideva con una semplice collaborazione produttiva. Esisteva una dimensione pedagogica che attribuiva al dominus una responsabilità ulteriore: formare il futuro avvocato non soltanto sul piano tecnico, bensì anche sul terreno del comportamento professionale.
Oggi quella dimensione sembra attraversare una trasformazione profonda. In numerosi contesti il praticante o il giovane collaboratore non vengono più percepiti come soggetti da accompagnare nella crescita professionale, assumendo invece il ruolo di terminali periferici dell’organizzazione dello studio. La formazione cede il passo alla produttività immediata. L’affidamento viene sostituito dalla disponibilità illimitata. Il rischio professionale tende progressivamente a scendere verso il basso, sino a gravare proprio su coloro che dispongono di minori strumenti economici e contrattuali.
La vicenda sfociata nell’ordinanza n. 12682 del 5 maggio 2026 delle Sezioni unite della Cassazione appare significativa proprio per questa ragione. Nel confermare la sanzione disciplinare della sospensione irrogata nei confronti del professionista, la Suprema Corte non si è limitata a censurare un’omissione patrimoniale. Il cuore della decisione riguarda l’utilizzo della posizione di supremazia professionale per trasferire sul collaboratore conseguenze economiche riconducibili esclusivamente all’interesse dello studio.
L’illecito disciplinare, secondo quanto affermato dalla Corte, assume carattere permanente sino all’effettivo rimborso delle somme. La permanenza della violazione coincide con la permanenza della situazione pregiudizievole a carico della praticante. Una simile impostazione presenta un rilievo che supera il singolo episodio. La deontologia forense viene chiamata a presidiare non soltanto il rapporto con il cliente o il corretto esercizio del mandato difensivo, estendendo il proprio controllo anche alle dinamiche interne dello studio professionale.
Il punto centrale della vicenda non riguarda la banca dati in sé. Nessuno immaginerebbe di compromettere il decoro dell’Avvocatura per il valore economico di alcune rate insolute. Ciò che assume rilevanza è il meccanismo relazionale sottostante. Il praticante firma perché si fida. Accetta perché si trova all’interno di un rapporto inevitabilmente asimmetrico. Il dominus dispone dell’esperienza, del prestigio professionale, della capacità di incidere sul percorso formativo del collaboratore. In un simile contesto, anche richieste apparentemente ordinarie rischiano di perdere la neutralità tipica dei rapporti tra soggetti posti sul medesimo piano.
La progressiva precarizzazione della professione accentua ulteriormente questo squilibrio. Una parte crescente dei giovani avvocati vive situazioni di dipendenza economica sostanziale, spesso prive di adeguate tutele. La promessa implicita della futura integrazione nello studio o della crescita professionale finisce talvolta per giustificare dinamiche che trasferiscono sui collaboratori costi, responsabilità e sacrifici destinati a rimanere invisibili all’esterno. Si tratta di un fenomeno che raramente emerge nelle decisioni disciplinari, poiché molte situazioni rimangono sommerse nel silenzio imposto dalla dipendenza professionale.
Proprio per questo motivo la pronuncia delle Sezioni unite assume un significato che travalica il dato strettamente processuale. La decisione riafferma l’idea secondo cui il dominus non può utilizzare la propria posizione per costruire forme indirette di deresponsabilizzazione economica. Il rapporto di formazione non rappresenta una zona franca sottratta ai principi di correttezza e probità. L’organizzazione dello studio legale non costituisce uno spazio separato dall’etica professionale.
La questione coinvolge, in realtà, il modello stesso di Avvocatura che si intende trasmettere alle nuove generazioni. Ogni praticante apprende non soltanto attraverso i codici e le udienze, osservando quotidianamente il comportamento del professionista presso cui svolge la pratica. L’idea della professione nasce anzitutto da ciò che viene visto dentro lo studio: il modo di trattare i clienti, i collaboratori, il personale amministrativo, le controparti, i magistrati. Anche la gestione delle difficoltà economiche o organizzative contribuisce a formare una precisa concezione della nostra categoria.
Quando il collaboratore diventa il soggetto sul quale scaricare costi e responsabilità, il messaggio implicito che si trasmette è particolarmente insidioso. La professione rischia di perdere la propria dimensione ordinamentale, trasformandosi in una struttura nella quale la posizione di forza legittima progressivamente ogni forma di trasferimento del rischio verso il basso. In questa prospettiva, il praticante non viene più considerato come il futuro collega da formare, assumendo il ruolo di strumento organizzativo destinato ad assorbire oneri e vulnerabilità.
La decisione delle Sezioni unite interviene allora anche sul terreno simbolico. L’Avvocatura conserva una funzione pubblicistica che impedisce di separare completamente il comportamento professionale dalle modalità concrete di gestione dei rapporti interni allo studio. Il decoro non coincide con un attributo esteriore della toga, né con una formula retorica da richiamare nei procedimenti disciplinari. Esso riguarda il modo in cui il professionista esercita il proprio potere quotidiano nei confronti di chi dipende dalla sua esperienza e dalla sua posizione.
In questo senso, la tutela del praticante assume un valore che supera la vicenda individuale. Proteggere il collaboratore più giovane significa preservare la credibilità stessa della funzione formativa dello studio legale. Senza questa dimensione, la pratica forense rischia di ridursi a un sistema di mera utilizzazione del lavoro altrui, privo di autentica responsabilità pedagogica.
Le recenti decisioni disciplinari mostrano come la deontologia stia progressivamente ampliando il proprio raggio d’azione verso le relazioni organizzative interne alla professione. Si tratta di un passaggio probabilmente inevitabile. L’evoluzione delle forme di collaborazione negli studi legali impone infatti di interrogarsi sui limiti entro i quali il potere organizzativo del dominus possa essere esercitato senza degenerare in abuso della posizione professionale.
La vicenda decisa dalla Cassazione non rappresenta dunque soltanto il racconto di un debito rimasto insoluto. Essa costituisce il sintomo di una tensione più profonda che attraversa l’Avvocatura contemporanea: quella tra la funzione formativa dello studio e la progressiva trasformazione del collaboratore in soggetto economicamente sacrificabile. Ed è forse proprio qui che la deontologia torna a svolgere il proprio compito più autentico, ricordando che la professione forense non può sopravvivere se rinuncia alla responsabilità verso coloro che dovranno ereditarla.
Per un’analisi tecnico-giuridica della decisione si rinvia ai contributi “La toga a rate (pagate dal collaboratore)” e “Il rapporto tra dominus e praticante tra correttezza professionale e illecito disciplinare permanente”, in corso di pubblicazione.
