Alzi la mano chi, magari trovandosi in una condizione di piacevole torpore post-prandiale, non è mai stato scosso da alte grida provenienti da un punto imprecisato ma abbastanza vicino per sentirle distintamente.
Sappiano questi sfortunati che in nove casi su dieci queste grida sono dell’Associazione nazionale magistrati nel suo complesso o di suoi singoli componenti.
L’ultimo episodio è stato registrato pochi giorni addietro (a questo link per la notizia) e ne è stato protagonista Stefano Celli, vicesegretario generale del sindacato giudiziario, nel corso della sua audizione nella Commissione giustizia del Senato sul DDL S-985, recante modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di prescrizione.
Il magistrato, non ritenendo sufficiente esprimere una “preoccupazione sistemica” sulla progettata introduzione di un nuovo regime della prescrizione che andrebbe ad aggiungere alle cinque precedenti riforme susseguitesi dal 2005 in avanti, ha voluto essere ancora più incisivo: “Lancio un grido di allarme perché il legislatore provi a immaginare un sistema che renda l’impatto di questa riforma, se approvata, meno immediato e più graduale, così da dar modo alle Corti d’appello e alla Cassazione di riorganizzare il ruolo, perché gli effetti sono sicuramente importanti e rischiano di travolgere un lavoro fatto solo due anni fa”.
Acquisiamo questo fermo immagine del magistrato in fase di lancio e torniamo di poco indietro nel tempo.
È il 21 gennaio 2026, la campagna referendaria è in pieno corso e parla la Giunta esecutiva centrale dell’ANM (a questo link): “Nessuna risposta sui problemi quotidiani nella giustizia. Nessun chiarimento sui tagli in legge di Bilancio. Nessuna prospettiva per i precari del Pnrr. Nessun riferimento agli investimenti da fare su informatica ed edilizia giudiziaria. Siamo profondamente preoccupati e attendiamo risposte concrete perché senza queste viene messa in discussione la necessaria fiducia che i cittadini devono avere nei confronti della giustizia. La brevità dei processi e l’accessibilità del servizio giustizia sono requisiti fondamentali, che non riguardano le esigenze dei magistrati ma quelle dell’intera comunità. Rilanciamo il nostro grido d’allarme: la giustizia ha bisogno di risorse, non di condizionamenti dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.
Non un lancio questa volta ma un rilancio.
Facciamo adesso un bel salto all’indietro e atterriamo a Roma negli ultimi giorni di ottobre 2013.
Si sta celebrando il XXXI congresso nazionale dell’ANM e tiene la sua relazione il presidente Rodolfo Sabelli. Così la racconta una giornalista dell’Unità nell’ articolo “Il grido delle toghe: diritti per tutti, basta pensare a pochi” (a questo link): “Eutanasia, fecondazione assistita, famiglie di fatto, adozioni, inquinamento e diritto alle cure mediche, il caso Eluana ma anche quello Stamina, l’Ilva di Taranto e Thyssen Krupp di Torino. E poi i fallimenti delle aziende, i concordati tra le imprese, i minori, soprattutto i figli di immigrati che arrivano orfani dal mare. Si parla di tutto questo, oltre che di velocità del processo, revisione delle pene e dei reati, di corruzione e del sempre teso rapporto tra politica e magistratura nel XXXI congresso dell’Associazione nazionale magistrati dedicato, infatti, a Giustizia e società”.
Questo campione di urla è piccolo e non pretende di conseguenza di essere oggettivo.
Serve solo a evidenziare una certa modalità comunicativa: esternare un messaggio equiparandolo a un urlo significa attribuirgli un’urgenza drammatica del tipo o così o il diluvio.
A quanto pare ha funzionato in passato e continua a funzionare anche adesso.
