Rimpatri e compensi agli avvocati “collaborazionisti”: la norma passerà e cosa faranno gli avvocati? (Abate Faria)

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Domani, 21 aprile alle ora 9,00, è convocata la Camera dei Deputati , con votazioni non prima delle ore 11.30, per la discussione sulle linee generali, l’esame e la votazione delle questioni pregiudiziali presentate e il seguito dell’esame del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale (Approvato dal Senato) (C. 2886​).

L’approvazione della contestata norma è data per certa da molti.

Dopo essersi agitati con comunicati e levate di scudi cosa faranno gli avvocati?

Siamo ad uno spartiacque, c’è un limite che richiede decisioni immediate e non parole o enunciazioni di principio.

Fino a che punto l’avvocatura sarà disposta ad arrivare?

Passerà l’interpretazione della norma propinata da Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, che dice: “Oggi l’avvocato viene pagato dallo Stato solo se si va in giudizio, e quindi solo se viene promosso un ricorso contro l’espulsione. Se invece il professionista accompagna il caso verso un rimpatrio volontario assistito, non riceve nulla.

Con la norma approvata, l’avvocato verrebbe pagato anche in questo secondo caso. Dunque non ci sarebbe alcuna compressione della libera professione né alcuna perdita economica, ma al contrario il riconoscimento di una prestazione che oggi resta senza compenso. La maggioranza presenta così la misura come un ampliamento delle possibilità, non come un condizionamento del ruolo difensivo”.

Digeriremo anche l’avvocato “collaborazionista” o siamo tutti pronti alle barricate reali non costruite con mere parole?

Santo Mattarella levaci dagli impicci.

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