Le notizie, e ancora di più le immagini e i filmati (si veda il report di SKYTG24, a questo link), delle violenze verificatesi durante il corteo per Askatasuna, culminate in roghi e nel violento pestaggio di un agente di polizia, scuotono la coscienza di chiunque abbia a cuore la convivenza pacifica che è l’essenza di ogni democrazia.
Episodi del genere non hanno nulla a che fare con le libertà civili riconosciute dalla Costituzione, anzi ne sono la negazione.
È particolarmente allarmante, e anche questo interroga la democrazia, che la degenerazione del corteo sembrerebbe essere stata provocata (si veda il report di RaiNews, a questo link) dall’infiltrazione di circa 1.500 specialisti di guerriglia urbana che avrebbero lanciato pietre, bottiglie, razzi e bombe carta contro le forze dell’ordine, creato barricate con cassonetti dei rifiuti, incendiato una camionetta della polizia e aggredito violentemente l’agente di cui si è parlato in apertura.
Sempre secondo il report di RaiNews, i responsabili proverrebbero da diverse città italiane ed europee e avrebbero agito in modo organizzato e coordinato, replicando tecniche già sperimentate in Val di Susa.
Se questa prima ricostruzione fosse confermata, sarebbe corretto definire l’accaduto in termini di aggressione non solo a singoli o a gruppi ma allo Stato.
Vanno esattamente in questa direzione le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, On. Giorgia Meloni (desunte dal report di SKYTG24 menzionato in precedenza): “Il governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende […] Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni […] Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio“.
Le parole della premier danno voce ad un legittimo sentimento popolare di indignazione e ricerca di giustizia.
Ugualmente legittima l’opinione che abbiano agito gruppi qualificabili in termini di criminalità organizzata e che l’aggressione al poliziotto corrisponda ad un tentato omicidio.
C’è solo una nota rivedibile nella comunicazione della Presidente Meloni: giusto chiedere giustizia alla magistratura, sbagliato provare ad indirizzarne l’esito.
Il Capo dell’Esecutivo rivendica al Governo di avere fatto la propria parte ed è implicito che questo sia avvenuto senza condizionamenti e in coerenza alla visione dell’attuale coalizione di maggioranza.
Lasci adesso la Meloni che la magistratura faccia la sua parte, altrettanto libera da condizionamenti e indicazioni preventive.
È così che funziona in democrazia, è così che si concorre a spegnere l’infinito, e da ultimo anche deprimente, conflitto tra politica e magistratura.
