Giudici “nemici del popolo”? (Vincenzo Giglio)

Il 4 luglio 2025 la rivista Questione Giustizia ha pubblicato “I giudici nella crisi delle democrazie europee: antefatti e rischi del “nuovo fronte” italiano” (a questo link per la consultazione).

L’Autrice è Mariarosaria Guglielmi, magistrato, già segretaria nazionale di Magistratura Democratica e attuale presidente di MEDEL (Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés).

Chiarissima la sua tesi ed esplicita in tal senso già la titolazione dei paragrafi: la regressione dello Stato di diritto; i giudici “nemici del popolo”; le strategie di attacco all’indipendenza dei sistemi giudiziari: i “laboratori” polacco e ungherese nel più ampio contesto di crisi europea; la vera posta in gioco; l’Italia: un nuovo fronte aperto per lo Stato di diritto; “questi giudici devono andarsene”.

Premesso l’invito ad una lettura integrale dello scritto della Guglielmi, si vuole porre l’accento su una sua specifica parte allo scopo di riflettere sul detto e sul non detto.

I giudici “nemici del popolo”

Nel timore che una sintesi possa tradire il pensiero dell’Autrice, si riporta integralmente, fatta eccezione per le note, il testo di questo paragrafo.

La retorica e le dinamiche del populismo contemporaneo, che ha messo radici nella maggior parte dei Paesi europei, hanno moltiplicato e aggravato le dinamiche di tensione e di insofferenza verso i sistemi giudiziari (in quanto indipendenti) e la funzione stessa della giurisdizione (in quanto garanzia imparziale dei diritti e delle libertà).

Nel suo saggio “Enemies of the People”, Jan-Werner Müller sottolinea il legame strutturale fra populismo e il cd. “anti-juridicalism”: «gli attacchi all’indipendenza della magistratura fanno parte della logica stessa del populismo: i populisti sostengono che solo loro rappresentano il popolo, con la conseguenza che qualsiasi critica (o qualunque cosa possa essere interpretata come critica) da parte di istituzioni non elette e indipendenti viene liquidata come non legittima (e questo vale tanto per i media liberi quanto per la magistratura)». Non è dunque un caso che in epoca di “populismo al governo” si attacchi la magistratura e si rimetta in discussione il suo assetto di ordine indipendente: i giudici “non sono eletti”, decidono e devono decidere rimanendo al di fuori del circuito di legittimazione legato al consenso e alla volontà popolare e non hanno quindi – nella retorica populista – “vera legittimazione democratica”; le loro decisioni danno rappresentanza e tutela alle diversità della società e ai diritti di tutti gli individui, e confliggono dunque con l’antipluralismo, altra componente essenziale delle dinamiche populiste, che escludono gli altri, non solo quelli che esprimono posizioni diverse a livello politico, ma tutti coloro che non condividono o non danno rappresentazione alla costruzione simbolica del popolo “puro”. 

Il filo conduttore che lega, a tutte le latitudini, le strategie di attacco all’indipendenza della magistratura “nemica del popolo e della democrazia” è dunque l’intolleranza istituzionale verso il suo ruolo di garanzia imparziale ed effettiva dei diritti, delle libertà e della legalità. La stessa intolleranza che si esprime verso la stampa libera, gli oppositori politici e l’idea stessa che società civile sia pluralismo, diversità, spazio aperto e libero di critica e di partecipazione: come ci ricorda il Report V-DEM, la censura dei media è la cosa più diffusa tra i governi in corso di trasformazione verso l’autocrazia, seguita da una riduzione della libertà e trasparenza delle elezioni e dalla repressione della società civile”.

Note di commento

Pare evidente che, nell’opinione della Guglielmi, il populismo e la magistratura stiano agli antipodi: da un lato ci sono le istituzioni di espressione politica che, facendosi scudo del consenso di cui godono e della legittimazione che gliene deriva, rivendicano in esclusiva la rappresentanza e la cura degli interessi del popolo e non tollerano interferenze, ostacoli e controlli esterni; dall’altro c’è la magistratura – ovviamente solo quella che gode di uno statuto di indipendenza – che esercita la sua funzione di garante imparziale   ed effettiva dei diritti, delle libertà e della legalità e che, per ciò stesso, è invisa al potere “altro”.

Ci sono dunque un carnefice (la politica), un’ideologia che si traduce in azioni concrete (il populismo), un metodo e insieme uno scopo (l’intolleranza, le strategie e le campagne di aggressione alle varie componenti dello Stato di diritto) e una vittima (la magistratura indipendente).

Che lo Stato di diritto sia sotto minaccia, in Europa e altrove, anche lì dove lo si considerava una conquista consolidata e irreversibile, è verità così evidente da non dovere essere spiegata e giustificata.

Che il nostro Paese non sia esente per privilegio divino da questa condizione di crisi e non sia immune dai relativi rischi, è ugualmente evidente.

Non è questo, dunque, che si intende mettere in discussione.

Si vuole farlo invece, limitatamente alla magistratura italiana, riguardo a due rappresentazioni che, sebbene non esplicitate, costituiscono un presupposto scontato ed assiomatico del ragionamento complessivo della Guglielmi.

La prima è quella della magistratura come un corpus caratterizzato da un’identità unitaria e condivisa.

La seconda, fortemente connessa alla prima, è quella della magistratura antagonista e vittima del populismo.

Nell’opinione di chi scrive entrambe queste rappresentazioni non sono affatto condivisibili.

La magistratura italiana non è affatto unitaria: non lo è nella messa a fuoco dell’idealtipo del magistrato e delle responsabilità e dei limiti propri della sua funzione; non lo è nell’idea di relazione con gli altri poteri dello Stato e con i corpi sociali; non lo è nella sua rappresentanza associativa.

Strati trasversali e minoritari (ma non per questo trascurabili) della magistratura italiana non sono affatto estranei al populismo ed anzi contribuiscono ad alimentare quello politico e sociale e creano in aggiunta un populismo giudiziario e non sono sempre e soltanto schierati a favore dei diritti, delle libertà e della legalità.

Serve giustificare affermazioni così nette e impegnative ed è indispensabile che la giustificazione sia sorretta da prove o almeno indizi gravi, precisi e concordanti.

È un lavoro che chi scrive ha già provato a fare e, poiché le ripetizioni stufano più che giovare, la soluzione è il rimando, volendo e con le dovute scuse per l’autoreferenzialità, a due pubblicazioni di qualche tempo addietro.

Il primo è V. Giglio, “Un potere senza spada e senza borsa? I rischi di un populismo giudiziario e l’uso del potere cautelare”, in Filodiritto, 5 giugno 2017, consultabile a questo link.

Il secondo è Id., “Mani Pulite: cosa è stata e cosa ci ha lasciato”, in Filodiritto, pubblicato a puntate a partire dal 7 aprile 2022, consultabile a questo link.