
La Giunta dell’Unione camere penali italiane (UCPI) ha diramato una nota (allegata in calce a questo post per comodità dei lettori), significativamente intitolata “Riforma Cartabia e decreti delegati: confermati i timori dei penalisti”.
I penalisti associati esprimono una valutazione complessivamente negativa.
Lo avevano già fatto con la Legge delega (L. n. 134/2021), accusandola di introdurre incongruenze di sistema, di essere fin troppo approssimativa in alcune parti e di avere troppo ceduto alle spinte conflittuali che provenivano dalla variopinta maggioranza che ha sostenuto il Governo Draghi.
Lo fanno di nuovo, ora che è noto il testo dei decreti attuativi della delega, mettendo in evidenza alcuni punti che, a loro avviso, sono caratterizzati da “macroscopiche criticità”.
Sono considerati tali: la videoregistrazione o fonoregistrazione degli atti di indagine e delle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti, il processo a distanza, il mutamento del giudice e la rinnovazione dell’assunzione della prova, la giustizia riparativa, le impugnazioni.
La nota chiude così: “La disciplina del processo che rischia di consegnarci questa Legislatura, pure superati i peggiori punti di caduta delle riforme Bonafede, presenta dunque oggi, alla luce dei decreti delegati per come concepiti e redatti, precisi profili di incompatibilità costituzionale. I penalisti italiani segnalano dunque con forza alla Commissione Giustizia della Camera ed a tutte le forze parlamentari e politiche la necessità di richiamare alla attenzione del Governo almeno le più rilevanti di queste criticità, come sopra evidenziate, perché si possa proficuamente intervenire e risolverle ancora in questa fase di interlocuzione parlamentare; e mette a disposizione di questa delicatissima fase del percorso parlamentare della Riforma tutte le energie ed i contributi di analisi e di soluzioni scientifiche delle quali essa dispone.
In ogni caso, appare in tutta la sua evidenza la necessità che il nuovo Parlamento torni ad intervenire su questi snodi cruciali, d’altronde in coerenza con intenzioni più volte pubblicamente ribadite da forze politiche che pure annunciavano e garantivano il proprio voto alla legge delega.
Il compito dei penalisti italiani sarà esattamente quello di sollecitare le forze politiche del nuovo Parlamento a rispettare e dare corso ai dichiarati impegni di riforme liberali del diritto e del processo penale, impegnandosi con tutte le proprie forze perché esse non rimangano – come già in passato – nel limbo delle buone intenzioni. I governi populisti sono, per fortuna, alle nostre spalle: ma occorre ora sconfiggere il populismo penale che da decenni pervade la cultura politica ed istituzionale del nostro Paese. Dopo l’obbrobrio del populismo al Governo del Paese, occorre che la politica sappia andare oltre il populismo che ancora la pervade: i penalisti italiani sono pronti per questa ennesima sfida”.
Un giudizio netto, dunque, che pur riconoscendo il limitato spazio di manovra imposto alla ministra della Giustizia dalla necessità di mediare tra spinte politiche contrastanti, considera la riforma nient’altro che un debole punto di partenza, peraltro inficiato da norme di dubbia legittimità costituzionale.
La posizione dell’UCPI merita il rispetto che si deve all’associazione che rappresenta coloro senza il cui ministero il principio costituzionale dell’inviolabilità della difesa resterebbe lettera morta.
Ma, come ogni opinione, è destinata ad inserirsi in un dibattito a più voci e questo, in effetti, sta già accadendo, ad esempio per la disciplina della giustizia riparativa (se ne è parlato qui, a questo link).
Terzultima Fermata ne riparlerà nei prossimi giorni con maggiore approfondimento ma già ora è possibile dire qualcosa.
L’UCPI sembra puntare le sue speranze più sul dopo che sull’ora: certo, invoca un ripensamento immediato “in questa fase di interlocuzione parlamentare” ma, al tempo stesso, afferma “la necessità che il nuovo Parlamento torni ad intervenire su questi snodi cruciali”.
Questi auspici sono formulati su una convinzione di fondo: “I governi populisti sono, per fortuna, alle nostre spalle” cui segue l’invito alla politica, quella che verrà, ad “andare oltre il populismo che ancora la pervade”.
Che dire? Auguri! Dovrebbero sperare tutti in questa meta.
Ma resta difficile credere che i governi populisti siano alle nostre spalle se solo si considera che due delle forze politiche più spesso etichettate come populiste erano – una lo è ancora – parte essenziale della maggioranza che ha sostenuto il Governo Draghi fino alla crisi di luglio cui è seguito lo scioglimento delle Camere ed hanno concorso in modo altrettanto essenziale, se non altro servendosi del loro potere di veto, a definirne l’azione e i limiti.
Ed è altrettanto difficile immaginare, stando ai sondaggi più aggiornati sull’esito delle elezioni, che chi governerà il nostro Paese nei prossimi cinque anni abbia come sua immediata priorità il superamento della visione populista – sul cui contenuto bisognerebbe peraltro intendersi per non farne un calderone inservibile – e il varo di un robusto ed effettivo statuto garantistico una cui versione la stessa UCPI propose inascoltata poco più di tre anni fa, dandole il nome di “Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo” (per un approfondimento, si rinvia a V. Giglio, Il dovere di schierarsi, in Filodiritto, 20 maggio 2019, a questo link).
Queste constatazioni, ammesso che siano vere, non implicano ovviamente né la rinuncia a sperare né l’inutilità delle voci che spronano ad un recupero della perduta civiltà giuridica.
Eppure, una certa dose di realismo sembra necessaria e giustifica una domanda: qual è la strategia migliore quando si approssima una riforma mediocre e non si è affatto certi che nella prossima legislatura la si voglia sostituire con una brillante?
Se ne riparlerà.

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