Ho letto su LinkedIn un commento interessante del magistrato Pierpaolo Beluzzi (a questo link per la lettura) intitolato La fine del Pubblico Ministero: l’IA, l’obbligo dell’azione penale e il collasso del nostro sistema accusatorio “mild-hybrid”.
La tesi centrale, che non a caso l’Autore qualifica in termini di “provocazione”, è che il progressivo diffondersi dell’intelligenza artificiale avrà un impatto letale sulla funzione accusatoria.
Provo ad elencare le proposizioni sulle quali si regge l’assunto:
- il compito essenziale del PM è la costruzione della plausibilità, ovvero la tessitura di un filo logico che dia un senso unitario ai frammenti indiziari raccolti nelle indagini:
- questo fine è lo stesso per cui sono stati immaginati e realizzati i programmi di IA cui si dà il nome di Large Language Models;
- è facile immaginare che l’uso di questi modelli corromperà la funzione accusatoria nel senso che i PM si affideranno sempre di più agli output dei programmi e, trovando più facilmente conferme alle tesi di partenza, dismetteranno il dubbio che invece dovrebbero coltivare;
- si vedono già i primi effetti di questa corruzione funzionale: capi di imputazione ipertrofici, intesi come mera accozzaglia di frammenti conoscitivi e non come testi di sintesi; giudici assaliti da questa imponente mole di “rumore” e costretti a loro volta a frammentare la loro conoscenza prima e il loro giudizio dopo;
- si è già giunti, quindi, ad un bivio drammatico: il PM può scegliere di essere una sorta di superpoliziotto tecnologico, rinunciando ad ogni apparenza di neutralità, oppure indossa i panni del vecchio giudice istruttore con il compito di servirsi dell’IA per provare a falsificare l’accusa secondo la logica popperiana per verificare se regge alle contestazioni e ad eventuali scenari alternativi.
Mi limito dal canto mio ad osservare che le mutazioni accusatorie che Beluzzi attribuisce all’IA sono avvenute ben prima della sua irruzione dirompente nella vita di tutti noi.
L’ipertrofia dei capi di imputazione è un fenomeno osservato da più di un decennio: fece scalpore la requisitoria del PG Iacoviello nella discussione del ricorso di Dell’Utri (anno 2012) allorché parlò di imputazione che non c’era perché costruita come elencazione di elementi acquisiti nelle indagini e non come testo linguistico.
Lo stesso può dirsi per la visione a tunnel che sembra avere caratterizzato l’azione di alcuni magistrati del pubblico ministero o, addirittura, di intere Procure: il riferimento al complesso dell’esperienza giudiziaria mediaticamente nota come Trattativa Stato-mafia dovrebbe bastare.
La centralità delle proposizioni accusatorie in ogni stato e grado del giudizio, la presunzione di credibilità di cui godono, la propensione alla conservazione degli atti, l’arretramento del contraddittorio sono tutti fenomeni pluridecennali e mi parrebbe azzardato immaginarli causati dalla deframmentazione dell’accusa e dalla conseguente tendenza del giudice a rimanervi intrappolato: se e quando vuole il giudice ha tutti i mezzi necessari per sfuggire a questa trappola e tra questi non rientra la competizione a chi ci sa fare di più con la IA.
Ciò detto, l’IA è nata per servire, non per comandare ma questo vale a una condizione: che chi la usa non lasci per strada cuore e cervello.
