Tanti lettori, dopo anni di studio e tirocinio, hanno vissuto l’esperienza degli esami di abilitazione alla professione forense.
Costretti a riprendere manuali di diritto usati negli anni universitari e in gran parte dimenticati.
Soprattutto obbligati a una pratica che ben presto assume le sembianze di una tortura.
Non solo perché tocca scrivere – e già questa è una grossa seccatura – ma soprattutto perché bisogna farlo uscendo da se stessi e impersonando un ruolo.
Roba da commedia dell’arte o da sceneggiata napoletana.
Solo che al posto di Isso, Issa e O Malamente la dannata pratica impone altri personaggi, venuti da un mondo lontano e vecchio di millenni, tanto che, a quanto pare, il primo a tirarli fuori fu Irnerio.
Bisogna indossare le vesti di Tizio (o in alternativa di Caio) e diventare quindi il difensore di Caio (o in alternativa di Tizio).
Nella sequenza si possono poi inserire come comprimari, se la sit-comedy lo richiede, Sempronio e, a seguire Mevio, Filano e Calpurnio.
Quando la trama impone la presenza di un minore entra infine in scena Caietto, sempre lui.
Passano così mesi e mesi e Tizio e Caio e compagnia cantando diventano come quegli ospiti che si piazzano implacabilmente in casa tua e non danno segnali di volere togliere il disturbo.
Ti svegli, vai a fare colazione e li trovi seduti sulla tua sedia preferita che bevono il tuo caffè, mangiano i tuoi biscotti e la tua marmellata e lasciano la tua caffettiera sporca nel lavello della cucina.
Vai a fare la doccia, trovi la porta del bagno chiusa a chiave e senti Tizio e Caio che fischiettano e ti consumano tutta l’acqua calda.
E così in ogni istante di ogni maledetta giornata.
Vogliamo poi parlare della diabolica complicazione delle sceneggiature?
Ecco un esempio recente:
“Tizio affida a Caio i lavori di rifacimento integrale della copertura della sua abitazione, consistente in una villa unifamiliare con tetto a falde, che è da tempo affetto da numerose infiltrazioni.
Tizio nomina Sempronio direttore dei lavori, con compiti sia di progettazione che di vigilanza sulla corretta esecuzione dei lavori.
Le parti concordano che la fornitura dei materiali sia a carico del committente Tizio.
Al termine dei lavori si verifica che le infiltrazioni persistono a causa di un difetto del materiale fornito nonché di vizi di progettazione ed esecuzione.
Tizio si rivolge al proprio legale per ottenere, da chi spetta, il ripristino dell’opera conformemente alle regole dell’arte, nonché il risarcimento del danno sofferto per il perdurare delle condizioni di insalubrità degli ambienti interessati dalle infiltrazioni.
Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga l’atto più adeguato a tutelare le ragioni del proprio assistito in giudizio”.
Il candidato assumerà sì le vesti del legale di Tizio perché non gli è dato rifiutare ma sentiamo di scommettere che il suo sentimento verso il cliente sia molto vicino all’odio con venature di disprezzo.
Fortunatamente, la tortura a un certo punto finisce, i candidati sosterranno le prove scritte con successo, si mostreranno spigliati e acuti in quella orale e usciranno dalla sede concorsuale con la felicità di chi ce l’ha fatta.
C’è chi abbraccerà mamma e papà, chi si stringerà al proprio partner, chi si siederà esausto sul gradino di uno scalone e si prenderà il tempo di realizzare l’impresa compiuta.
Ma c’è stato qualcuno – e ne ho testimonianza da una fonte attendibilissima presente ai fatti – che ha fatto una cosa diversa regalando ai presenti e ai posteri una perla destinata a tramandarsi di generazione in generazione, una di quelle improvvisazioni di cui solo pochi sono capaci.
Quel qualcuno, appena uscito dall’aula d’esame, ha gridato a squarciagola “Fanculo a Tizio e Caio”. Che altro si può fare se non inchinarsi al genio?
