Il nuovo che avanza (nel senso che ce ne è troppo): il post-referendum sulla separazione delle carriere (Vincenzo Giglio)

Ci era stato detto che la vittoria del No sarebbe stata l’alba di una nuova era, quella della rinnovata fiducia tra il popolo e la magistratura, uniti l’uno e l’altra sotto la bandiera della Costituzione più bella del mondo, così bella che ogni tentativo di restyling o make-up sarebbe criminale.

Ci avevano fatto balenare la ripresa di una relazione finalmente sana con la politica, franca e dialogante e tesa alla soluzione dei problemi.

Non che ci aspettassimo rose e fiori ma un po’ ci eravamo fatti sedurre dall’idea di un day after così splendente.

E invece no.

Questo nuovo che avanza sembra contenere solo merce vecchia e talvolta anche avariata.

In ordine sparso.

Magistrati che litigano platealmente all’interno di correnti associative che sono state in prima fila nella campagna referendaria, si accorgono solo adesso di una caduta della spinta ideale e si dimettono.

Altri magistrati segnati a vista come nemici della categoria e destinatari di coretti da bar.

Politici e giornalisti che affermano pubblicamente di sentirsi minacciati dalla magistratura e di temere rappresaglie costruite a tavolino.

Selfie di anni addietro riproposti come prove di contiguità mafiosa della Presidente del Consiglio dei ministri (non si sa ancora se soggiacente o compiacente ma non importa, tutto fa brodo).

E poi il popolo.

C’è una corsa a intestarselo, a farsi interpreti dei suoi bisogni e curatori dei suoi interessi.

Una rappresentanza diretta, ovvio, che prescinde da investiture formali perchè bastano l’ascolto e la sensibilità per tradurlo in attività concrete.

Perché così? Perché abbiamo la Costituzione più bella del mondo e il popolo è di chi sa stargli accanto e farlo sentire sicuro più e meglio degli altri.

È il nuovo che avanza 2.0 ma pare più vecchio delle radio a valvole dei nostri nonni.