Il piano dell’ANM
Incassata la vittoria del No alla riforma dell’ordinamento giudiziario, l’ANM si premura di diffondere messaggi rassicuranti.
Così dichiara il suo segretario generale: “Non ci siamo intestati una vittoria e siamo pronti a tornare sugli otto punti da cui siamo partiti il 5 marzo del 2025 nell’incontro a Palazzo Chigi. Vogliamo lavorare con il ministero e con gli avvocati sulle riforme necessarie per l’efficienza della giustizia. L’Anm non è un attore politico, ma è sempre intervenuta nel dibattito pubblico sui temi della giustizia e, come in questa occasione referendaria, evitando una contrapposizione frontale” (a questo link di RaiNews per la verifica della fonte).
I punti in questione furono approvati dalla Giunta esecutiva centrale dell’ANM e lo stesso segretario generale li presentò in un suo scritto, “Le nostre ragioni esposte al governo”, pubblicato il 6 marzo 2025 sulla rivista La Magistratura (a questo link per la consultazione).
Ognuno di essi meriterebbe un autonomo approfondimento ma qui si vuole puntare l’attenzione su uno soltanto di essi, quello che implica la revisione delle piante organiche degli uffici giudiziari in base agli effettivi carichi di lavoro, la chiusura degli uffici giudiziari con meno di dieci magistrati del pubblico ministero e trenta giudici e la destinazione delle risorse umane ed economiche rese così disponibili agli uffici più in affanno.
Le conseguenze dell’eventuale accoglimento della proposta di revisione delle piante organiche
Se la proposta dell’ANM trovasse accoglienza nelle sedi istituzionali competenti, le conseguenze sarebbero devastanti e lo si può affermare a ragione veduta analizzando i dati tratti dalla pianta organica ufficiale del Ministero della Giustizia (D.M. 14 settembre 2020, Tabella E).
…La drastica e scriteriata riduzione dei tribunali italiani
Si impone una precisazione metodologica: l’assunto da cui si parte è che la proposta di revisione dell’ANM sia applicabile a fronte di una sola insufficienza di organico, che sia dei PM o dei giudici. Diverse e meno impattanti ma comunque rilevanti sarebbero le conseguenze se la chiusura delle sedi giudiziarie richiedesse l’insufficienza organica congiunta.
Ottantasette: tanti sarebbero i tribunali italiani che, applicando la soglia proposta dall’ANM, risulterebbero candidati alla chiusura (cfr. il prospetto allegato alla fine di questo scritto).
Su 139 uffici giudiziari di primo grado analizzati sulla base della pianta organica ufficiale del Ministero della Giustizia, solo 52 superano entrambe le soglie richieste: almeno 30 giudici e almeno 10 pubblici ministeri. Gli altri — il 63% del totale — sarebbero destinati alla soppressione, con i procedimenti trasferiti alle sedi maggiori già congestionate.
Non è un’ipotesi di scuola. È aritmetica. Prendere la proposta dell’ANM, applicarla alle piante organiche ufficiali e contare: il risultato è questo. Quasi due tribunali su tre non sopravviverebbero.
La distribuzione del taglio non è uniforme. È geograficamente selettiva, e colpisce esattamente dove lo Stato dovrebbe essere più presente.
Al Sud continentale sono circa 20 i tribunali a rischio. Sparirebbero Sulmona, Lanciano, Vasto — capoluoghi abruzzesi con radici giudiziarie risalenti all’Unità d’Italia. Andrebbero via Isernia e Larino, lasciando il Molise senza giustizia di prossimità. In Calabria, la regione con la presenza più capillare di ‘ndrangheta, chiuderebbero certamente Crotone, Paola, Lamezia Terme, Vibo Valentia, Locri e forse anche Palmi e Castrovillari —. Certi solo Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria.
Nelle Isole la situazione è identica: 15 tribunali siciliani e sardi finirebbero sotto la scure, tra cui Gela, Caltagirone, Sciacca, Enna, Patti, Barcellona Pozzo di Gotto, Lanusei, Nuoro, Oristano. Territorio per territorio, è la stessa mappa delle aree più difficili del Paese.
Al Centro sparirebbero 21 sedi, tra cui L’Aquila — capoluogo di regione, a meno di 15 anni dal terremoto — Urbino, Fermo, Rieti, Viterbo, Spoleto. Al Nord sarebbero 32, compresi Aosta, Biella, Sondrio, Gorizia, Belluno, Rovereto.
Un dato sorprende in modo particolare: la proposta non risparmia il Nord. Ventidue tribunali lombardi, piemontesi, veneti, liguri ed emiliani sarebbero chiusi perché non raggiungono la soglia di 30 giudici. Il che dimostra che il problema non è la competenza dei singoli uffici, ma la scelta dello Stato di non dotarli di magistrati sufficienti.
…Il paradosso della giustizia al Sud: gli avamposti del contrasto statuale alla criminalità organizzata sarebbero falcidiati dalla revisione della geografia giudiziaria
C’è un dettaglio che non può passare inosservato.
Nel 2012, quando il Governo Monti tentò la prima grande riforma della geografia giudiziaria con il d.lgs. 155/2012, il Parlamento impose di salvare esplicitamente alcuni tribunali proprio per ragioni antimafia. Castrovillari, Lamezia Terme, Paola, Sciacca, Caltagirone rimasero aperti perché la Camera votò per tenerli: troppo rischioso chiudere presìdi in territori dove la criminalità organizzata era già pervasiva.
Quella scelta fu saggia.
Oggi l’ANM propone di tornare indietro. Di applicare un criterio numerico puro — 30 giudici, 10 PM — in territori dove la domanda di giustizia non è misurabile solo con i fascicoli pendenti, ma con il tasso di infiltrazione della ‘ndrangheta, con il numero di beni sequestrati, con la pressione quotidiana su magistrati, avvocati e testimoni.
Locri, ad esempio, ha 30 giudici ma solo 8 PM in organico: finisce nel mirino per la sola componente requirente. È il tribunale del distretto di Reggio Calabria più esposto alla criminalità organizzata della Locride. Chiuderlo significherebbe trasferire processi di ‘ndrangheta a Reggio Calabria, già sovraccarica. Efficienza o indebolimento della risposta giudiziaria?
I dati della pianta organica rivelano qualcosa che l’ANM tende a non dire: molti tribunali sono in affanno e quindi produttori di arretrato non perché siano strutturalmente piccoli, ma perché lo Stato non ha mai coperto i posti vacanti.
L’Italia ha 11,8 magistrati ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 17,6. Ogni PM italiano gestisce in media 1.192 fascicoli l’anno; in Europa la media è 204. La scopertura media degli organici si attesta intorno al 10-15%, con punte che in alcune sedi del Sud superano il 20%.
La soluzione logica a questi numeri è una: assumere magistrati, non chiudere tribunali.
Se un ufficio ha 15 giudici quando ne dovrebbe avere 30 e non si riesce a coprire i posti, il problema non è l’ufficio: è la politica delle assunzioni. Sopprimere la sede non risolve la carenza di magistrati — la sposta, concentrandola su chi resta.
Vale la pena ricordare, en passant, un altro degli otto punti del piano dell’ANM che punta sulla maggiore interscambiabilità tra la funzione di giudice e quella di pubblico ministero.
Una proposta, questa, da leggere in parallelo con quella della revisione della geografia giudiziaria.
Le due, insieme, disegnano un sistema più concentrato e più fluido nei ruoli interni sintetizzabile in due equazioni: meno tribunali = giustizia poco e male diffusa; più interscambiabilità = maggiore possibilità di commistioni tra funzioni inquirenti e funzioni giudicanti.
Ed ecco che la terzietà del giudice da valore imprescindibile si tramuta in materia negoziabile se a proporne l’attenuazione è la magistratura stessa.
Non si tratta di un giudizio sulla buona fede di nessuno.
È piuttosto una contraddizione oggettiva. Il cittadino che siede in aula ha il diritto a sapere che chi lo giudica non ha passato i dieci anni precedenti a fare indagini e chiedere condanne.
La giustizia italiana ha bisogno di riforme reali: più magistrati, più personale amministrativo, più tecnologia, più edifici. Non ha bisogno di perdere 87 tribunali. Quei tribunali non sono un lusso: sono lo Stato in luoghi dove lo Stato è già troppo lontano. Chiuderli non li rende più efficienti. Li elimina. E insieme a loro, spinge ai margini un pezzo di Italia che non lo merita e non può permetterselo.
