Il No ha vinto: e adesso? (Vincenzo Giglio)

A scrutinio sostanzialmente ultimato il No alla separazione delle carriere ha vinto comodamente.

Gli elettori hanno fatto sentire la loro voce ed è stata chiara.

Chi vota ha sempre ragione, così vuole la democrazia.

Vale comunque la pena provare a comprendere le ragioni di questo voto.

Finanche superfluo precisare che si tratta soltanto delle opinioni di chi scrive.

C’è anzitutto l’ennesima conferma che la Costituzione è come i tralicci dell’alta tensione, chi la tocca rimane folgorato.

Può piacere o non piacere secondo l’orientamento preferito ma è comunque rassicurante che il popolo ami e difenda la sua Carta fondamentale.

Ha contato molto che la revisione costituzionale provenga da un Esecutivo la cui produzione legislativa è parsa decisamente sbilanciata a favore della sicurezza collettiva e a svantaggio delle libertà individuali, con alcuni picchi insulsi e sproporzionati quali, tanto per citarne uno, il provvedimento anti-rave.

Ha pesato negativamente l’abbandono, sbandierato e rivendicato, del fairplay e del self-restraint che dovrebbero caratterizzare le relazioni istituzionali. Nessun potere si è sottratto a questa nuova tendenza ma fa specie che il Capo del Governo o il Ministro della Giustizia o altri esponenti della compagine governativa critichino aspramente provvedimenti giurisdizionali e li additino all’opinione pubblica come frutto di una strategia di boicottaggio orchestrata dalla magistratura per scopi di opposizione politica.

E poi ha inciso, e tanto, il divario siderale tra il contenuto concreto del testo e le aspettative e i bisogni delle persone quando si parla di giustizia.

Si è detto, da parte dei suoi sostenitori più lucidi e onesti, che la sua valenza era quella di una pre-condizione: occorreva sgombrare il campo dalle tossine del correntismo e dallo strapotere dell’associazionismo prima di soddisfare le esigenze dei cittadini.

Ma, ammesso che questa finalità abbia una qualche capacità seduttiva, suona proprio male una riforma cui mancano tutte le ultime miglia di cui ci sarebbe bisogno.

Non c’era nulla dentro che consentisse un’immediata identificazione della cittadinanza.

Chi guarda con preoccupazione alla crescente e micidiale invasività dei mezzi di ricerca della prova, a partire dai captatori informatici che consegnano la vita dell’intercettato a investigatori e inquirenti, non ha trovato nulla nella riforma che ripristinasse le barriere a protezione delle libertà che oggi sono a rischio costante di violazione.

Chi si chiede perché il magistrato che commette errori grossolani paghi poco o nulla non ha scorto alcun segnale di un’inversione di tendenza sul punto.

Chi si interroga sull’abuso delle misure cautelari non ha avuto il conforto di imbattersi in una misura di contrasto.

E, d’altro canto, non era la riforma dell’ordinamento giudiziario che poteva rispondere a queste domande.

Perché ognuno dei problemi individuali e sociali che le generano potrebbe e dovrebbe essere risolto con misure legislative ordinarie ma la maggioranza al potere, fatta eccezione per provvedimenti estemporanei e scoordinati, ha preferito puntare sulla sicurezza, tralasciando le libertà.

Il No ha vinto e oggi restano le macerie di una campagna forsennata, fuori misura, in cui ciascuna delle parti, pur con tutte le lodevoli eccezioni che pure non sono mancate, ha dato il peggio di sé.

Il No ha vinto e i problemi della giustizia sono sempre lì, tirati fuori quando serve strumentalizzarli, riposti sotto il tappeto quando è più comodo allontanarne l’attenzione.

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