Il giornalista e scrittore Gianni Riotta ha ricordato qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook un editoriale scritto l’11 gennaio 1972 da Luigi Pintor per Il Manifesto, testata di cui fu fondatore e a lungo direttore.
Lo riporterò più avanti nella versione integrale ma non prima di avere presentato l’autore, attingendo a tal fine da alcuni reportage che ne ricordano la ricca e complessa personalità.
“Luigi Pintor”
È una breve sintesi della sua vita, pubblicata sul sito dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), consultabile a questo link.
“Di famiglia sarda antifascista, aveva partecipato giovanissimo alla Guerra di Liberazione. Era entrato nella Resistenza dopo aver ricevuto, da Napoli, una “lettera testamento” del fratello maggiore, datata 28 novembre 1943. Due giorni dopo Giaime, il fratello appunto, sarebbe saltato su una mina, mentre tentava di raggiungere, d’accordo con il Comando inglese, gruppi partigiani nel Lazio. Luigi Pintor aveva combattuto con i GAP romani sino al 14 maggio 1944. Quel giorno, tradito da Guglielmo Blasi (un gappista che aveva partecipato all’attentato di via Rasella e che poi, arrestato per furto, era finito per entrare nel reparto speciale di polizia fascista denominato “banda Koch”), Pintor fu arrestato con Carlo Salinari, Franco Calamandrei e Silvio Serra. Con Serra, Pintor è portato alla pensione Iaccarino, base della “banda Koch” e interrogato e torturato per otto giorni; poi viene rinchiuso a Regina Coeli insieme a Serra, nell’attesa della condanna a morte. Quando la sentenza sta per essere eseguita e Pintor è riportato, con Serra ed altri quattro antifascisti, alla pensione Iaccarino, un intervento del Vaticano determina un rinvio e un nuovo trasferimento a Regina Coeli dei condannati. Per loro l’arrivo degli americani a Roma rappresenta la salvezza (anche se Serra sarebbe caduto l’anno dopo combattendo nel Ravennate). Nel dopoguerra Luigi Pintor è stato redattore e poi condirettore dell’Unità, e membro del Comitato centrale del PCI. Deputato nel 1968 e nel 1987, Pintor fu radiato dal PCI nel 1969 con il gruppo del “Manifesto”. A più riprese è stato direttore dell’omonimo giornale, sul quale ha continuato a scrivere (l’ultimo suo articolo è del 24 aprile 2003) pezzi di grande lucidità, e spesso di encomiabile brevità, tra gli appuntamenti più attesi dai suoi lettori. Luigi Pintor ha scritto anche numerosi libri: Parole al vento (1990), Servabo: memoria di fine secolo (1991), La signora Kirchgessner (1998), Il nespolo (2001), Politicamente scorretto (2001). Proprio nei giorni della sua morte è uscito, presso Bollati Boringhieri, I luoghi del delitto. Nel maggio del 2007, a Roma, un viale di Villa Ada è stato intitolato a Luigi Pintor”.
“Luigi Pintor, ritratto di un giornalista militante”
Questo articolo è stato pubblicato da Archivio Luce il 18 settembre 2025 in occasione del centenario dalla sua nascita (a questo link per la fonte).
“Senza la guerra, il mio carattere mi avrebbe tenuto certamente lontano dalla vita pubblica. Non volevo diventare re o papa, non avevo quel bisogno infantile di primeggiare e di dominare gli altri che nutre negli adulti l’ambizione politica, spesso senza ritegno. Per spirito di contraddizione preferivo i perdenti, parteggiavo animosamente per i pellerossa e per gli etiopi contro le razze di conquistatori e di predatori, e quando i poveri del quartiere sfilavano alla porta di casa per l’elemosina del venerdì mi rattristavo. Ma dubito che si possa dedurre da questi buoni sentimenti un’indole rivoluzionaria”.
Così Luigi Pintor nelle prime righe di Servabo, quella che si può considerare la sua autobiografia. Ma la guerra cambiò tutto. Anzitutto lo privò del fratello Giaime, ucciso da una mina lasciata dall’esercito tedesco, mentre si trovava con i partigiani e, anche per questo, lo spinse ad aderire, giovanissimo, alla Resistenza.
Pintor, nato il 18 settembre del 1925, dopo la guerra diventa giornalista a L’Unità ed entra, nel 1962, nel Comitato Centrale del PCI.
Nel 1969, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia dell’anno precedente, insieme a Lucio Magri, Rossana Rossanda, Lidia Menapace, Aldo Natoli, Valentino Parlato e Luciana Castellina, fonda la rivista Il Manifesto, che due anni dopo diventerà quotidiano e che lo porterà ad essere radiato con tutto il gruppo dal Partito Comunista.
Deputato dal 1968 al 1972 nelle file del PCI, tornò alla Camera, come Indipendente di Sinistra, nel 1987 restandovi per tutta la durata della legislatura.
Pintor fu soprattutto un grande giornalista, acuto e pungente, come gli riconobbero anche i suoi avversari politici. Il suo nome resta quindi legato a Il Manifesto di cui fu più volte direttore e dove continuò a scrivere fino alla sua scomparsa avvenuta a Roma il 17 maggio del 2003”.
“Radiarlo dal Pci fu intollerabile e io votai contro”
Lo scritto (pubblicato dalla Fondazione Pintor e consultabile a questo link) è di Fabio Mussi, storico esponente della sinistra, già parlamentare e Ministro dell’Università e della Ricerca nel Governo Prodi II.
“Era il novembre 1969, e io votai, nel Comitato Centrale del Pci, contro la radiazione del gruppo del Manifesto. Ero poco più che un ragazzo, eletto in quell’organismo solenne pochi mesi prima, al XII Congresso). Tre voti contro. Il mio, e quelli di due grandi intellettuali, Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radice. Tre astenuti: Chiarante, Garavini e Badaloni. Tutti gli altri a favore. I radiati membri del Cc erano Aldo Natoli, Rossana Rossanda e Luigi Pintor.
Per Luigi Pintor c’era una ammirazione particolare. L’ha testimoniata Enrico Berlinguer a rottura consumata, ma era particolarmente forte tra i più giovani.
Tagliava le idee come impugnasse un rasoio, impugnava la penna come uno strumento musicale. Mai banale o conformista o conformista, e scrittore finissimo, si trattasse di articoli di giornale o di libri. Col tempo è diventato magistrale. Il suo Servabo è un capolavoro.
Non facevo parte del gruppo. Ma non potevo condividere le chiusure disciplinari. Mi interessava l’attenzione con cui «quelli del Manifesto» seguivano l’evolversi dei movimenti di massa del ’68, operai e studenteschi, il tentativo di ricollegarli a filoni, magari laterali, del marxismo critico, le conclusioni radicali sull’Urss tratte dopo l’invasione della Cecoslovacchia. Non condividevo la ricerca di nuove costellazioni mitologiche, si trattasse di quella castrista o cinese. Trovavo ad ogni modo intollerabile, di fronte alle straordinarie trasformazioni del mondo che segnavano quell’epoca, l’intolleranza per posizioni diverse. O meglio, più che intollerabile, la trovavo antica, datata, pigra.
Nel Pci c’erano le correnti. Si era visto bene nel ’66, all’XI Congresso. Ma erano informalmente accettate perché coperte da particolari maschere convenzionali. Il Manifesto rompeva lo schema, con una esplicita organizzazione di gruppo.
Mi pare di aver argomentato il mio voto – parlando in un assordante silenzio – valorizzando il libero dibattito, e l’interesse, quand’anche non condivise, delle tesi elaborate da quella piccola minoranza organizzata. Era evidente che le regole statuite non lo consentivano, ma avrebbero dovuto essere revocate in dubbio le regole.
C’era dell’altro. La rivoluzione cecoslovacca di Dubcek era stata l’ultima occasione offertasi all’Urss per dimostrare la riformabilità del socialismo dell’Est. Occasione bruciata con l’invasione dell’agosto ’68, e con la successiva sanguinosa repressione. Si era ripetuto il ’56 ungherese. Il Pci aveva espresso «riprovazione» per l’intervento armato. Ma è un fatto che, mentre si accentuavano le tendenze autonomistiche del Pci – portate molto avanti, ma non fino alle estreme conseguenze, da Enrico Berlinguer – in molti partiti comunisti d’Europa, credo sotto la pressione sovietica, venivano liquidate le frange «eretiche». Se non ricordo male, per esempio il gruppo di Garaudy in Francia e quello di Fischer in Austria. La cosa non mi piaceva affatto. Ero l’ultimo arrivato, ma non condividevo.
Ricordo però ora Pintor, piuttosto che per lo strappo di allora, per l’intensità intellettuale e morale con cui negli anni ha continuato a testimoniare una visione critica, spesso aspra e implacabile, dell’Italia e del mondo. Non ha risparmiato la sinistra, della quale pure aveva a cuore passato e futuro. A parte il rimpianto per le strade separate e per i sentieri interrotti, dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti, siamo tutti grandemente debitori verso Luigi Pintor”.
Un uomo “non banale” che non voleva diventare re o papa e preferiva i perdenti
Abbiamo adesso tracce consistenti dell’umanità di Pintor.
Nato per una vita normale ma vissuto in tempi che di normale ebbero ben poco e che comportarono trasformazioni epocali.
Spinto all’impegno da dolorose vicende personali, non esitò a farsene carico.
Posto di fronte tra la “fedeltà all’idea” e la solidarietà verso chi pativa le declinazioni pratiche di quell’idea, scelse quest’ultima a costo di essere scacciato dal partito che fino ad allora era stato la sua casa.
Questo fu Pintor.
L’editoriale “I Mostri”
Fu un attacco feroce – fin dal titolo – alla magistratura italiana o, meglio, alla sua parte dominante di allora, i magistrati di vertice.
Leggiamolo:
“Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano neppure gli alti prelati.
Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l’anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perché. Leggete altrove l’elenco minuto dei morti ammazzati in una industria di Stato in una sola città meridionale. Questi sono omicidi di cui è intessuto il progresso nazionale. Sono delitti di classe, dietro cui c’è lo sfruttamento quotidiano di milioni di uomini ma c’è anche la violazione di innumerevoli leggi.
Eppure c’è un uomo che si permette, vestito di ermellino, con un grottesco cappuccio in testa, di infischiarsene totalmente. Può chiamarsi Guarnera, se parla a Roma con a fianco il presidente della repubblica; o in altro modo, se parla altrove col presidente del consiglio come sacrestano.
Esistono i reati contro il patrimonio, per questi supercarabinieri pagati come quindici operai, ed anche quelli contro la persona ma solo se un operaio schiaffeggia un padrone, non se un padrone lo deruba e lo ammazza. Questi personaggi sono l’immagine stessa del privilegio e dell’arbitrio. Dispongono del più illecito dei poteri, quello sulla libertà altrui. Ma sono intoccabili, ancora in un tempo in cui non c’è gerarchia che in qualche modo non debba render conto di sè. Dispongono di armi micidiali, leggi inique e meccanismi incontrollabili. E le maneggiano come e contro chi vogliono.
Sono l’incarnazione dell’ipocrisia dell’ordine borghese. La commissione di giustizia del partito socialista ha ieri espresso in un suo documento una comprensibile indignazione per i toni di questa inaugurazione dell’anno giudiziario, protestando contro la società dei consumi e i suoi effetti, contro i suoi disvalori, contro i delitti di classe impuniti, contro la rapina della speculazione, contro l’ideologia di destra e repressiva del Guarnera, e difendendo quei magistrati che cercano di fare della toga un altro uso.
Ma non c’è terreno che in questo dopoguerra sia rimasto, proteste o no, più impermeabile all’azione, di governo o di opposizione, delle forze democratiche. Nulla conferma, meglio della giustizia e delle sue oscenità, le invettive di Marx contro l’ordine capitalistico e l’analisi leninista dello stato. Ma non è bastato, in questi anni, un terzo del parlamento in mano ai partiti di tradizione operaia per applicare al sistema legislativo penale e all’ordine giudiziario neppure le conquiste più elementari della rivoluzione borghese di due secoli fa.
Capitalismo e feudalesimo formano un solo impasto. E non basterebbe neppure la metà del parlamento: non ci vuol nulla a capire che senza una organizzazione intransigente della lotta operaia gli omicidi bianchi continueranno ad essere la proiezione estrema dello sfruttamento, e che senza una contestazione permanente delle istituzioni non c’è riforma legislativa che passi. Nell’attesa, l’anno giudiziario se lo inaugurino ai quarti piani, con finestre aperte. Avrà un valore di simbolo, ed eviterà il tanfo”.
Note di commento
Lo scritto di Pintor deve essere ovviamente contestualizzato.
Così Marilisa D’Amico, in Storia della magistratura italiana. Capitale sociale, principi costituzionali e recenti vicende storiche, SSM, Quaderno n. 6, Storia della magistratura, 2022) descrive quel tempo: “risale proprio agli anni sessanta lo scontro fra modelli di giurisdizione: da un lato, i magistrati fedeli al modello liberale, fedeli applicatori della legge e tutto sommato di una gerarchia fra giudici almeno sul piano interpretativo con il richiamo alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione; dall’altro, i magistrati più giovani, interpreti e sostenitori di un modello di Giudice costituzionale, come giudice che mette in discussione la legge affermando la propria fedeltà alla Costituzione, e che consentono al Giudice costituzionale di cominciare a funzionare, attuando, sia pure in parte, i principi costituzionali anche e prima del legislatore”.
E questo è ciò che testimonia, sempre per quegli anni, Livio Pepino, in Appunti per una storia di Magistratura Democratica, (consultabile a questo link):
“Con l’entrata in funzione della Corte costituzionale, la Cassazione perse «la più importante funzione di nomofilachia, cioè quella che attiene alla legittimità costituzionale delle leggi», e la connessa influenza culturale sui giudici (proiettati, dalla possibilità di denunciare l’incostituzionalità delle norme, in un rapporto del tutto nuovo con la legge); con l’avvento del Consiglio superiore il giudice di legittimità tornò ad essere tale, perdendo (poco a poco) il ruolo rivestito negli anni precedenti. Ciò avvenne gradualmente e con fatica, ma le pur aspre resistenze (sia quelle interne alla corporazione che quelle del sistema politico) furono colpi di coda a fronte di un esito ineluttabile. A presidio della omogeneità tra magistratura e sistema di potere politico rimase l’organizzazione burocratica della carriera che, unitamente alla formazione dei magistrati e alla cultura propria del ruolo, produsse una «spontanea e naturale sintonia rispetto al governo in carica»: la destinazione degli uditori era decisa d’autorità; i due anni successivi erano una sorta di prova, destinata a concludersi con un nuovo esame (alla cui preparazione mal si addicevano sedi o incarichi impegnativi); per le successive nomine – più esattamente, – a magistrato di tribunale e a consigliere d’appello erano decisivi i pareri dei capi e l’esame dei provvedimenti redatti; la progressione economica non era automatica e lo stipendio dei magistrati era collegato alle funzioni effettivamente svolte (di tribunale, di appello o di cassazione), il cui conferimento, ancora una volta, dipendeva in parte significativa dai pareri dei dirigenti e dai provvedimenti. La regola aurea di ogni “buon magistrato” era, dunque, quella di non porsi in contrasto con il capo e di non attardarsi in uffici o funzioni alieni da provvedimenti brillanti…. Per i refrattari e gli indisciplinati- accade anche nelle situazioni più bloccate che vi sia qualche spirito libero – soccorreva il procedimento disciplinare (fondato sulla lesione del “prestigio” della magistratura e privo di qualsivoglia tipicizzazione degli illeciti). Ciò bastò ad assicurare, fino a tutti gli anni sessanta e con eccezioni limitatissime, una politica della magistratura di segno conservatore quando non apertamente reazionario. Repressione dura dei reati di opinione, assenza di ogni controllo sulla correttezza dell’agire amministrativo e sulle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, rimessioni dei procedimenti “per gravi motivi di ordine pubblico o per legittimo sospetto”, avocazioni, disinvolte attrazioni di competenza per connessione furono alcuni tra gli strumenti più noti di tale politica. A questa situazione offrì un supporto culturale decisivo il dogma (già utilizzato, come si è detto, dal fascismo) della e dei giudici, obbligato per far apparire necessitati e naturali atteggiamenti e opzioni altrimenti inaccettabili. Come tutti i dogmi l’apoliticità non ammetteva dubbi e si nutriva di ripetizioni ossessive e di adesioni incondizionate e spesso sincere; ma ciò non bastava (e non basta) a eliminarne il carattere mistificatorio e del tutto svincolato dalla realtà. All’esito del percorso descritto, negli anni sessanta la magistratura «era dunque nella sostanza un corpo burocratico chiuso, cementato da una rigida ideologia di ceto: un “corpo separato” dello Stato, come allora si diceva, collocato culturalmente, ideologicamente e socialmente nell’orbita del potere, che veniva avvertito come ostile dalle classi sociali subalterne ed avvertiva esso stesso queste medesime classi come ostili». Non mancavano, certo, i magistrati progressisti, ed erano talora personaggi di prestigio; ma la loro presenza non bastava ad intaccare il sistema”.
Come si può notare, la corrosiva invettiva di Pintor non fu l’iniziativa solitaria di un isolato bastian contrario accecato dall’ideologia di classe quanto, piuttosto, l’analisi di un intellettuale che, sia pure con toni assai polemici e senza alcuna prudenza linguistica, scriveva ciò che vedeva accadere con i suoi occhi.
Va da sé che l’articolo non passò affatto inosservato e costò al suo autore reazioni indignate e procedure giudiziarie.
Il materiale, del resto, era stato offerto su un piatto d’argento e nei primi anni Settanta dello scorso secolo la sensibilità verso la libertà di espressione del pensiero e il diritto di critica non era particolarmente acuta.
Questi aspetti sono comunque consegnati alla storia.
Ciò che conta adesso è comprendere se, come scrive Gianni Riotta nelle parole di presentazione dell’editoriale di Pintor, “L’albero genealogico della sinistra garantista torna oggi in discussione con il Si o il No al referendum e rileggere Pintor lo ricorda”.
Sono quindi due i temi: se essere di sinistra implica, o quantomeno dovrebbe implicare, essere garantisti e se, data questa equazione, alla sinistra debba essere connaturale il Sì oppure il No per l’imminente referendum popolare.
Non esistono risposte a rime obbligate a queste domande.
In parte perché le posizioni politiche e le visioni ideologiche di cui sono frutto sono soggette a tutte le mutazioni e ai pragmatismi imposti dalle diverse stagioni.
In parte perché ci si muove sul terreno delle opinioni e ognuno può teorizzare ciò che le sue convinzioni gli dettano.
In parte per la banale osservazione che, se c’è stata e se c’è ancora una sinistra garantista, non pare proprio che sia quella maggioritaria.
Ciò detto, vale comunque la pena sottolineare che qualcuno, Pintor e non solo lui, ieri come oggi, ci mette di fronte a cosa accade quando strati della magistratura si fanno casta e relegano sullo sfondo la natura di potere di servizio dell’ordine giudiziario.
