La commercializzazione del controllo del crimine (Vincenzo Giglio)

Ricorre una tesi tra i critici del ricorso sfrenato allo strumento penale proprio del nostro tempo.

Che esso sia parte integrante di una strategia ideologico-politica che punta ad attrarre consenso attraverso una sequenza perversa: creazione artificiale di modelli comportamentali o addirittura esistenziali di divergenza; stigmatizzazione come portatori di pericolosità sociale dei gruppi umani (stranieri e tossici in primo piano) corrispondenti a tali modelli; conseguente induzione, altrettanto artificiale, di timore e paura nella popolazione; sua rassicurazione attraverso il conio incessante di nuove figure di reato o l’inasprimento di quelle esistenti; conseguente aggregazione di consenso, soprattutto nelle fasce popolari più facilmente suggestionabili; conquista del potere; nascita e consolidamento di democrazie dirigistiche che all’autogoverno del popolo sostituiscono il popolo da governare.

Potrebbe essere, tuttavia, che a questa sequenza si debba aggiungere un ulteriore passaggio: la commercializzazione del controllo del crimine.

Così, almeno, sostiene il giurista, criminologo e sociologo David W. Garland nel suo saggio “La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo”, Il Saggiatore, 2004.

Il lavoro di Garland, la cui prima edizione risale al 2001 a cura della University of Chicago Press, è aggiornato alla fine del ventesimo secolo ma le sue riflessioni sono ancora attualissime e, per certi versi, ancora più valide oggi.

La sua ricerca è stata focalizzata sul Regno Unito e sugli Stati Uniti ma, ancora una volta, le dinamiche colte da Garland sembrano comuni a tutto l’Occidente, Italia compresa.

La realtà osservata dall’Autore è che nell’ultimo quarto dello scorso secolo la precedente propensione alla pena carceraria come soluzione residuale di ultima istanza è stata ribaltata da una tendenza contraria con un aumento strabiliante del numero delle persone detenute, della durata media dei periodi di carcerazione e del ricorso alla pena carceraria rispetto a pene alternative.

Il dato singolare è che tale nuova tendenza si è dimostrata insensibile al tasso di criminalità, continuando cioè a manifestarsi anche quando questo diminuiva.

Ne ha tratto il convincimento che il carcere ha perso la sua funzione correttiva e rieducativa ed è divenuto uno strumento di risposta alle istanze sociali di sicurezza ed esemplarità della pena.

Questa trasformazione è stata propiziata dal sopravvento di nuove visioni criminologiche che considerano il crimine causato non più da disagi sociali diffusi ma dall’assenza di controlli efficienti.

Il corollario è che il criminale non è più un individuo su cui investire risorse nella convinzione che servano al suo progresso ma qualcuno da controllare per impedirgli condotte dannose per la società.

Sono cambiati di conseguenza i compiti delle formazioni sociali, dalla famiglia allo Stato: se prima prevalevano la cura e l’assistenza, dopo gli sono subentrati il controllo e il mantenimento della disciplina.

Da questa visione principale sono derivate a cascata teorie collaterali.

Ne fa parte l’idea della necessità di spostare il focus dall’autore del reato al reato stesso. Occorre, cioè, porre attenzione alle situazioni che normalmente generano attività criminali, prendere atto che queste ultime si manifesteranno sempre in assenza di controllo e prevenirle con strumenti efficaci.

A questa nuova visione sono seguite la costituzione di reti pubbliche e private chiamate a collaborare per la prevenzione del crimine e la predisposizione di programmi e piani in ogni comparto sociale, ivi compresa l’urbanistica che deve essere ripensata al servizio della nuova visione, essendo parte integrante della segregazione dei divergenti.

Un gigantesco cambio di prospettiva, insomma, al quale ha corrisposto il fenomeno cui Garland ha dato il nome di commercializzazione del controllo della criminalità che ha coinvolto pienamente la società civile.

Ne sono derivate rilevanti opportunità per il sistema industriale della sicurezza: non solo i servizi di vigilanza e videosorveglianza, la protezione di siti dove sono dislocati insediamenti produttivi, la vendita di dispositivi protettivi e reattivi contro aggressioni ma perfino l’esternalizzazione della detenzione carceraria grazie alla nascita di istituti detentivi di proprietà privata.

Questa, in grande sintesi, è la tesi di Garland.

La realtà attuale, come si è anticipato, sembra dargli ragione.

Il cambio di paradigma che ha descritto è sempre più evidente anche qui e ora.

Il controllo e il contenimento sono divenuti entrambi parole d’ordine indiscutibili che permeano profondamente la legislazione criminale.

La rieducazione è di fatto abbandonata.

La commercializzazione del controllo è anch’essa evidente e se ne sta giovando un numero crescente di operatori.

A quelli che hanno sempre ruotato attorno alla giustizia come suoi ausiliari se ne sono aggiunti altri quali, ad esempio, i provider di telefonia e comunicazione, gli esperti di infrastrutture digitali, i creatori degli applicativi senza i quali la giustizia tornerebbe un secolo indietro.

Un po’ più esterni ma non troppo gli opinion-makers di ogni genere che cannibalizzano il circuito mediatico trasformando in pillole di pseudo-cultura popolare gli animal spirits così ben descritti da Garland e contribuendo da protagonisti all’induzione della paura, al clima di accerchiamento e al bisogno di sicurezza.

Ancora più in là il variegato e non sempre specchiato mondo di chi del controllo e della sicurezza ha fatto un business redditizio, non solo e non tanto vigilando quanto piuttosto reperendo legalmente e illegalmente informazioni che soddisfano ogni tipo di esigenza, prima tra tutte quella di chi, avendo molto, molto ha da perdere e molto vuole ancora avere.

Ognuno di questi ambiti – di cui fanno parte sottocategorie specializzate così numerose da non potere essere qui riassunte – partecipa alla grande abbuffata del controllo.

E questo è quanto.