Miti smitizzati, miti in via di smitizzazione.
Puri come l’aria sopra il K2 trasformati in un condensato di smog, altri puri che si preparano a prenderne il posto con tutto l’accompagnamento di sdegno e costernazione che si riserva alle grandi crisi della Repubblica.
Politica, magistratura, agenzie investigative, affari, libera stampa, perfino il calcio professionistico e chissà cos’altro ancora, uniti in un intreccio inossidabile e inconfessabile, con vittime e carnefici in via di definizione.
Inchieste giornalistiche on demand: basta chiedere e il cronista di turno, grazie a fonti cointeressate più che compiacenti e soprattutto incontrollate, accede alle banche dati più riservate d’Italia.
Segnalazioni di operazioni sospette scaricate a gogò e in ipotesi destinate o destinabili a qualunque gioco, fosse pure quello più sporco.
Procedimenti penali destinati o destinabili a nascere non sulla base di uno degli input legittimi previsti dal codice di rito ma dal “mascariamento” di dati acquisiti illegittimamente.
Una commissione parlamentare d’inchiesta – quella antimafia – che per la prima volta nella sua storia è richiesta di audire uno dei suoi componenti e deve decidere se la cosa è possibile o no.
Un’altra commissione parlamentare di inchiesta che qualcuno ha già proposto di istituire su tutto quanto fin qui elencato ma con la preoccupazione di non intralciare le indagini in corso e non riuscire a trovare componenti adeguati.
Tutti questi embrioni di fatti – stabilire se si tratta di fatti veri o bufale richiederà molto tempo – ci consegnano le cronache di questi ultimi giorni.
Ad essi si aggiungono i silenzi di coloro che sono soliti indignarsi.
Nessuno può prevedere che dimensioni assumeranno questi eventuali scandali, allo stato solo ipotizzati, che risposte avranno se saranno accertati, quali conseguenze genereranno a carico degli eventuali responsabili e delle loro istituzioni di appartenenza.
Piacerebbe tuttavia che, se tutto risultasse drammaticamente vero, non si avverassero una volta di più le parole che Fabrizio de Andrè mette in bocca al brigadiere penitenziario Cafiero Pasquale della sua indimenticabile “Don Raffaè: “Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità“.
