L’emendamento Costa e lo spauracchio cinese (Vincenzo Giglio)

L’ormai notissimo emendamento Costa volto ad impedire la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze custodiali sta provocando un’ondata di reazioni: c’è chi ha già iniziato a stracciarsi le vesti per lo scempio della libertà di stampa e annuncia una ribellione civile contro la “legge bavaglio” e chi invece plaude pensando che finirà il contrapposto scempio della vita degli indagati e delle persone comunque menzionate nelle ordinanze pur senza dover rispondere di alcuna accusa; in mezzo si collocano come sempre gli indifferenti, quelli a cui non va mai bene niente e gli altri che, volendo risultare originali ad ogni costo, esprimono opinioni che definire marginali è già un eufemismo.

L’intervista di Eugenio Albamonte

In mezzo a questo diluvio di pensieri e parole, spicca la singolare opinione del PM romano Eugenio Albamonte, già presidente dell’ANM e già segretario del movimento associativo magistratuale Area.

Il magistrato è stato intervistato da Valentina Stella per il quotidiano Il Dubbio (a questo link per il testo integrale).

Già il titolo dell’articolo, “Con la “norma Costa” le persone spariranno nel nulla come in Cina” è quanto mai espressivo ma vediamo nel dettaglio.

Albamonte, cui certo non difettano idee e immaginazione, parla di embargo dell’informazione giudiziaria: “E questo va in danno dei cittadini che non sapranno più perché una persona è privata della libertà personale e della magistratura che si vuole parli soltanto con i suoi provvedimenti; in questo modo quest’ultima non potrà fare neanche questo e quindi sarà esposta alla narrazione partigiana degli indagati eccellenti e della politica faziosa che racconteranno le cose come pare a loro. In fin dei conti in danno della democrazia che si basa sulla trasparenza e sul controllo diffuso dell’attività pubblica affinché i cittadini possano esercitare nei confronti della giustizia, dell’amministrazione e della politica il loro giudizio critico, evidenziando gli eventuali errori e criticando quando avvengono le cadute professionali […] Ricordo a Costa che nella cosiddetta Repubblica popolare cinese il processo è segreto come anche la condanna e l’espiazione della pena. I cittadini semplicemente spariscono dalla circolazione e si viene a sapere che sono nelle mani dello Stato. Mi meraviglio che un sincero garantista come Costa non percepisca la differenza che si basa tutta sulla trasparenza dell’azione giudiziaria e il pieno accesso di tutti alle motivazioni per le quali un cittadino è privato della libertà“.

Il succo è questo, poi seguono le difese e gli attacchi: nel sistema vigente i principali fornitori di notizie sottobanco ai cronisti giudiziari sono non i PM ma i difensori, non è vero che ai PM pesa la perdita del giochino delle conferenze stampa essendo costoro unicamente interessati al giusto bilanciamento tra informazione e principio di non colpevolezza, nel post-Costa i padroni dell’informazione saranno gli avvocati, dopo la riforma Orlando non è più un problema il rispetto del principio di continenza nei resoconti giornalistici.

Il commento

A differenza di Albamonte che ostenta una conoscenza qualificata, non ho informazioni accurate sulle caratteristiche del rito processuale penale della Repubblica popolare cinese.

Assumo quindi provvisoriamente come veritiere le sue attestazioni, come scontato il fatto che gli imputati/condannati cinesi spariscano dalla circolazione e da qualsiasi faro informativo e come sacrosanta la denuncia del rischio elevatissimo che una situazione del genere permetta qualsivoglia abuso.

Beh, e allora?

Si può davvero sostenere che l’unico modo per evitare l’assimilazione al sistema cinese sia mantenere il sistema italiano?

In altri termini, se è sbagliato occultare arresti, processi e condanne, è forse giusto l’abuso opposto, intendendo per tale quella micidiale sequenza fatta da arresti, proclamazioni urbi et orbi che giustizia è fatta, sputtanamento massivo dell’arrestato e di chiunque abbia avuto a che fare con lui a prescindere dalla rilevanza penale delle sue condotte, martellanti campagne mediatiche di stampo esclusivamente colpevolista, cordate politiche che si associano più che volentieri a quelle campagne (beninteso solo se riguardano avversari, ché se invece si tratta di amici la musica cambia, umori popolari pilotati sapientemente verso la dannazione dell’accusato e la creazione di nuovi nemici e di nuove prospettive di odio e revanscismo sociale?

A me pare di no, che non sia affatto giusto.

Poi, su come si possa evitare questo scempio nostrano, ogni proposta è legittima e degna di attenzione.

Quello che invece è inammissibile è negare il problema e l’incapacità fin qui dimostrata dai decisori pubblici di risolverlo.

Direi quindi di lasciare ai cinesi i loro problemi e di occuparci finalmente dei nostri che sono tanti e gravi.