L’insostenibile leggerezza dell’essere… predibattimentale (di Francesco Buonomini)

Poiché il 30 dicembre prossimo cadrà l’anniversario dall’entrata in vigore della c.d. “Riforma Cartabia”e con essa anche della neonata udienza predibattimentale, ci sembra il tempo di iniziare a fare bilanci.

Dopo i proclami a suon di fanfara secondo cui lo scopo principale di tale udienza sarebbe stato quello di garantire un vaglio preliminare della fondatezza dell’accusa anche in caso di citazione diretta di fronte al tribunale monocratico, sulla base dello stesso criterio di filtrare l’azione penale quando gli elementi raccolti non giustificano una “ragionevole previsione di condanna” come dovrebbe avvenire in sede di richiesta di archiviazione e all’udienza preliminare, possiamo ragionevolmente sostenere che, almeno innanzi al Tribunale Penale di Roma, l’udienza predibattimentale è stato un FLOP.

Avrebbe dovuto, nelle intenzioni della Cartabia, assicurare deflazione ma sembra, piuttosto, abbia provocato congestione con spreco di tempo ed energie con duplicazione di fascicoli e udienze.

Nelle applicazioni pratiche tale nuovo istituto sta risultando null’altro che un’anticipazione monca, perché priva della fase di apertura del dibattimento e ammissione delle prove, della prima udienza dibattimentale.

Le udienze predibattimentali a Roma volano via veloci come un battito di ciglia e filtrano assai poco con il giudice che quasi nemmeno concede la parola alle parti le quali, comunque, per lo più, si limitano a formule di stile, quando va bene.

Si è avuta, addirittura, notizia di avvocati che, oltre ad indossare la toga sfuggendogli il concetto di camera di consiglio, si sono rimessi al giudice o non opposti o, addirittura, associati alla richiesta di prosecuzione del giudizio avanzata dal PM.

Storture di una storta udienza nella quale alle volte capita anche che il giudice rinvii ad horas per comunicare la data che GIADA (un sistema di assegnazione udienze non una persona) non ha disponibile, anticipando, senza troppi fronzoli, che filtro non ne farà e il giudizio proseguirà.

Nessun pathos, nessuna adrenalina, tutto scontato e prevedibile. Qualche prescrizione o improcedibilità viene dichiarata, alcune messe alla prova vengono richieste, pochissimi riti alternativi vengono celebrati, nulla che non si potesse già fare nella vecchia prima udienza dibattimentale.

La neonata predibattimentale più che di filtro appare udienza di smistamento ad altro giudice e ad altra data sulla quale nemmeno si può interloquire perché Giada docet… Neanche il nuovissimo, pseudo rivoluzionario, criterio della ragionevole probabilità di una condanna è utile a sfoltire i numeri. Anzi, quel parametro diventa, a contrario, un bollino di bontà dell’accusa che, applicato sul fascicolo, rischia di influenzare il giudice che poi emetterà una sentenza.

La valutazione poi della convenienza di un eventuale rito alternativo è inficiata dalla circostanza di non trovarsi di fronte al giudice del merito.

In conclusione, l’udienza predibattimenale appare, a ragion veduta, così come interpetata e praticata attualmente, una leggerezza, nel senso di inconsistenza, che pesa.

Ne sentivamo davvero il bisogno?

E, soprattutto, cui prodest?

Ai posteri l’ardua sentenza, direbbe il saggio, ma io, invece, rimetto a voi contemporanei tutti ogni valutazione in merito.