Il “piccolo giudice” di Sciascia e il prezzo che pagò per avere rifiutato di assimilarsi allo spirito del tempo: ci dice ancora qualcosa questa storia? (Vincenzo Giglio)

Il protagonista di “Porte aperte” di Leonardo Sciascia è un “piccolo giudice” ostinatamente contrario alla pena di morte.

A causa di questa sua convinzione, persuade i giurati della Corte di assise di cui fa parte a condannare all’ergastolo e non alla pena capitale un imputato di omicidio.

Sa che gli toccherà pagare un prezzo elevato perché il regime fascista pretende una pena esemplare che renda concreta e visibile l’idea che gli italiani possono vivere con le porte aperte per merito dello Stato che veglia sulla loro sicurezza.

Ecco cosa dice il Procuratore del Regno al “piccolo giudice”:

Posso dirle con precisione quello che accadrà: la Cassazione annullerà la sua sentenza, assegnerà il processo all’Assise d’Appello di Agrigento, dove c’è un presidente che, mi duole dirlo, ha una certa affezione alla pena di morte. Ad Agrigento c’è anche un vecchio avvocato socialista, credo sia stato una volta deputato: buon avvocato e, inutile dirlo, segnato a dito come antifascista. Quest’avvocato assumerà certamente la difesa dell’imputato: che è quel che si vuole per dimostrare che c’è nel processo una contrapposizione tra il fascismo che cade inesorabile sui delitti efferati e l’antifascismo che squallidamente li difende; il che, bisogna metterlo in conto, avrà effetto secondario e retroattivo su di lei, sulla sua sentenza. In conclusione: ci sarà la sentenza di morte, l’imputato sarà fucilato”.

L’uso esemplare e pedagogico della pena, la pubblica accusa che incarna lo spirito del tempo, il processo come mero luogo di ratifica di decisioni prese prima e a prescindere da esso, l’immediata damnatio del giudice che non si adegua e l’annichilimento della sua carriera: questi i temi di “Porte aperte”.

Sono ancora tra noi?

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