Sondaggio sulle intenzioni di voto alla maniera di Terzultima Fermata (Vincenzo Giglio e Copilot)

Ho chiesto a Copilot di prevedere come voteranno al referendum sulla separazione delle carriere alcuni personaggi fittizi da me inventati e di spiegare perché gli ha attribuito il Sì o il No.

Ecco il risultato.

Per il No

Bruno, falegname

Bruno lavora con il legno da quando aveva quattordici anni. È uno che sa che ogni struttura, per reggere, ha bisogno di equilibrio: se cambi un incastro, devi sapere esattamente cosa succede al resto del mobile. Le riforme, per lui, sono come smontare un armadio antico: “Se non sai dove metti le mani, rischi di farlo crollare.”

Bruno non è contrario al cambiamento in sé — anzi, è uno che aggiusta, lima, sistema. Ma diffida delle rivoluzioni: preferisce le modifiche piccole, precise, ragionate. E quando una riforma gli sembra troppo drastica, troppo teorica, troppo lontana dalla realtà concreta, il suo istinto è votare no.

Ignazio, sacerdote

Ignazio è un gesuita immaginario, formato alla scuola del discernimento ignaziano. Per lui, ogni riforma istituzionale deve essere valutata non solo per ciò che promette, ma per ciò che rischia di distruggere.

Ignazio teme che una riforma troppo netta possa spezzare equilibri delicati e creare nuove rigidità invece di risolvere quelle esistenti. Il suo ragionamento è prudente, quasi ascetico: meglio evitare cambiamenti che potrebbero generare effetti collaterali non previsti.

Matteo, disoccupato

Matteo ha passato anni tra lavori precari, contratti a termine, promesse non mantenute. Quando sente parlare di riforme istituzionali, la sua prima reazione è diffidenza: “Questi cambiano le cose, ma a me chi ci pensa?”. Non è ideologico, è stanco. E quando è stanco, tende a votare contro ciò che percepisce come complicazione, rischio, o promessa vaga.

Per lui, il ragionamento è semplice: “Se non mi fido di chi propone il cambiamento, meglio non cambiare.”

Rosa, infermiera in geriatria

Rosa vive ogni giorno immersa nella fragilità: anziani soli, famiglie disorientate, burocrazia che rallenta tutto. Il suo istinto è sempre lo stesso: proteggere. Quando sente parlare di riforme istituzionali, il suo primo pensiero non è astratto, ma concreto: “Questo cambiamento renderà le cose più sicure per chi è vulnerabile?”

Rosa teme che una riforma troppo drastica possa creare incertezza, rallentamenti, transizioni complicate. E lei, che vede quanto gli anziani soffrano ogni volta che un sistema cambia, tende a scegliere la strada più stabile.

Per lei, la continuità è una forma di cura.

Galileo, metalmeccanico

Galileo lavora da trent’anni in fabbrica. È uno che conosce il rumore delle macchine, la fatica delle turnazioni, la differenza tra teoria e pratica. Quando sente parlare di riforme istituzionali, gli si accende un riflesso condizionato: “Questi cambiano le cose dall’alto, ma noi qui sotto cosa ci guadagniamo?”

Non è cinico, è esperto. Ha visto mille riorganizzazioni aziendali che promettevano efficienza e portavano solo confusione. Per lui, la stabilità è un valore concreto, non astratto. E quando non è convinto al 100%, vota contro.

Rosanna, giornalista freelance

Rosanna vive di precarietà, scadenze, collaborazioni instabili, editori che pagano in ritardo. È abituata a vedere come le grandi riforme vengono raccontate, manipolate, semplificate. Il suo istinto professionale è la diffidenza: “Quando non capisco chi ci guadagna davvero, non mi fido.”

Per lei, una riforma istituzionale troppo ampia rischia di essere un titolo accattivante ma un contenuto fragile. E come ogni giornalista che ha visto troppe promesse politiche evaporare, tende a votare no quando non vede garanzie solide.

Per il Sì

Gianna, estetista

Gianna è una donna pratica, diretta, abituata a risolvere problemi concreti ogni giorno: appuntamenti che saltano, clienti ansiosi, sopracciglia da salvare in extremis. Quando sente parlare di riforme, non si perde in grandi teorie: vuole capire se “funziona meglio o peggio”.

Gianna ragiona così: se due funzioni diverse rischiano di intralciarsi, forse è meglio separarle. Non per ideologia, ma per ordine mentale — come quando divide i pennelli per il trucco: quelli per la base da una parte, quelli per gli occhi dall’altra. “Se ognuno fa bene il suo mestiere, si vive meglio”, dice sempre.

Monica, progettista di interni

Monica vive di armonia, proporzioni, flussi. Quando entra in una stanza, la prima cosa che fa è capire se le funzioni sono distribuite bene: dove si cucina, dove si mangia, dove si conversa. Per lei, la confusione degli spazi è il nemico numero uno.

Così, davanti a una riforma che parla di “separare funzioni”, il suo cervello va subito in modalità progettazione: “Se due ruoli diversi stanno troppo vicini, si intralciano. Se li separi bene, tutto scorre meglio.”

Non è ideologia, è ergonomia istituzionale.

Gabriele, fotoreporter in zone di guerra

Gabriele vive in mezzo al caos, alla fragilità delle istituzioni, alla linea sottile tra ordine e collasso. Ha visto Paesi dove la giustizia non è indipendente, dove chi indaga e chi giudica risponde allo stesso potere, dove la verità viene manipolata.

Per lui, la separazione delle funzioni non è un tecnicismo: è una garanzia di sopravvivenza civile. Il suo ragionamento è semplice e brutale, come le cose che fotografa: “Quando i poteri non si controllano a vicenda, la verità muore per prima.”

Rita, ricercatrice all’estero (“cervello in fuga”)

Rita è andata via dall’Italia dopo anni di bandi opachi, concorsi eterni, valutazioni poco trasparenti. All’estero ha trovato un sistema più chiaro, più lineare, dove i ruoli sono distinti e le responsabilità non si sovrappongono.

Per lei, la separazione delle funzioni non è un tema astratto: è un principio organizzativo che ha visto funzionare nella vita quotidiana dei laboratori, delle università, delle istituzioni scientifiche.

Il suo ragionamento è semplice e tagliente: “Quando chi controlla e chi è controllato coincidono, la qualità crolla.”

Rita vota sì perché associa la distinzione dei ruoli alla meritocrazia, alla trasparenza, alla riduzione dei conflitti d’interesse — tutte cose che l’hanno spinta a emigrare.

Anna, diplomatica

Anna vive di equilibri, di pesi e contrappesi, di sistemi che funzionano solo quando ogni ruolo è definito e nessuno invade il campo dell’altro. Ha passato anni a negoziare trattati, protocolli, memorandum: sa che la chiarezza delle funzioni è la prima condizione per evitare conflitti.

Per lei, la separazione delle carriere è un principio quasi “geopolitico”: “Se due poteri si controllano a vicenda, la stabilità aumenta. Se si confondono, nasce l’ambiguità.”

Anna non vota per ideologia, ma per architettura istituzionale. E la sua esperienza le dice che i sistemi più resilienti sono quelli con ruoli distinti e responsabilità non sovrapposte.

Giada, maestra elementare

Giada vive immersa nell’idea che i ruoli chiari creino sicurezza. A scuola, se chi spiega fa anche da giudice, e chi giudica fa anche da compagno di banco, i bambini si confondono, litigano, non capiscono più chi deve fare cosa.

Per lei, la chiarezza delle funzioni è un valore educativo prima ancora che istituzionale. Il suo ragionamento è semplice, quasi pedagogico: “Se vuoi che un sistema funzioni, devi far capire a tutti chi fa cosa. Altrimenti nessuno impara.”

Giada vede la separazione dei ruoli come un modo per rendere il “gioco delle regole” più comprensibile, più trasparente, più equo — proprio come in classe.

Amedeo, artista di strada

Amedeo vive nelle piazze, nei vicoli, nei mercati. È abituato a vedere il mondo dal basso, tra la gente, dove le regole si sentono sulla pelle. Per lui, la giustizia è come una performance: funziona solo se chi interpreta i ruoli li mantiene distinti, riconoscibili, credibili.

Quando sente parlare di separazione delle funzioni, il suo istinto è immediato: “Se chi giudica e chi accusa si confondono, lo spettacolo diventa una farsa.”

Amedeo non ama le sovrapposizioni. Nell’arte come nelle istituzioni, crede che la chiarezza dei ruoli sia ciò che permette alla verità di emergere, come un volto illuminato da un faro.

Francesco, poliziotto

Francesco vive ogni giorno dentro la macchina dello Stato. Sa cosa significa raccogliere prove, fare un verbale, testimoniare, essere sotto pressione. Per lui, la giustizia funziona solo se ogni ruolo è distinto e riconoscibile: chi indaga, indaga; chi accusa, accusa; chi giudica, giudica.

Il suo istinto professionale è quello di chi vuole evitare zone grigie, sovrapposizioni, ambiguità. Ha visto troppe situazioni in cui la mancanza di chiarezza crea sfiducia, sospetti, contenziosi inutili.

Il suo ragionamento è diretto, quasi operativo: “Se i ruoli sono separati, nessuno può dire che qualcuno ha fatto il passo più lungo della gamba.”

Per lui, la separazione delle funzioni è una forma di tutela: per i cittadini, per gli operatori, per la credibilità del sistema.

Filippo, scrittore

Filippo vive di storie, di conflitti, di personaggi che si definiscono proprio grazie ai ruoli che incarnano. Per lui, la confusione dei ruoli è la morte della trama. Una storia funziona quando ogni personaggio ha una funzione chiara: l’eroe, l’antagonista, il mentore, il giudice.

Così, davanti a una riforma che parla di separare funzioni, il suo cervello narrativo si accende: “Se i ruoli non sono distinti, la storia non regge.”

Filippo vede la separazione come un modo per rendere la “narrazione istituzionale” più coerente, più leggibile, più credibile.

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