Il giudice e il detenuto: un rapporto complicato (Vincenzo Giglio)

Tra le tante relazioni umane che sorgono nei procedimenti penali quella tra il giudice e la persona privata della libertà personale, che sia indagata, imputata o condannata, è sicuramente la più complicata.

È una complicazione in parte oggettiva e in parte soggettiva.

Sul versante oggettivo, conta che la privazione della libertà sia, o almeno dovrebbe essere, uno stato d’eccezione, sicuramente finché il giudizio non diventi definitivo e perduri la presunzione di non colpevolezza, entro certi limiti anche dopo una condanna passata in giudicato, allorché sia o diventi possibile un’espiazione della pena che non richieda la detenzione carceraria o domiciliare. Contano pure la previsione di termini di durata massima della custodia cautelare, il sovraffollamento dei ruoli, le carenze degli organici, l’impatto organizzativo dei maxiprocessi, il fisiologico turnover nelle sedi giudiziarie, le cause di incompatibilità, le possibilità responsabilità disciplinari e via discorrendo.

Sul versante soggettivo incidono altri fattori, non codificati né frutto di assetti organizzativi come i precedenti, ma non meno rilevanti.

Cosa “dice” oggi la società al giudice cui spettano decisioni dalle quali dipende la libertà personale di un individuo indagato, processato o condannato, cosa chiedono i media, cosa si attende la polizia giudiziaria, quali visioni esprime la politica?

E ancora: quali parametri saranno utilizzati le tante volte in cui il suo operato sarà valutato per una progressione in carriera o per l’attribuzione di un incarico direttivo o semidirettivo o per un’assegnazione fuori ruolo?

Le risposte sono sotto gli occhi di tutti e sono condensate nei tanti slogan che impazzano sul web.

Che marciscano in carcere!

Che si buttino via le chiavi!

La polizia li cattura, il giudice li rimette fuori, è uno schifo!

Gli hanno dato poco, meritava di più!

Quelle brutte facce nere, stanno rovinando il quartiere, ma cos’è, non si fanno più retate?

Abbiamo sentito tutti almeno qualcuna di queste frasi, tanto brutali quanto efficaci nella raccolta del consenso.

Non può sorprendere allora che il detenuto sia diventato un boccone avvelenato per il giudice che ne ha la responsabilità, che sia una costante spina nel fianco e un fattore di rischio.

Né può stupire che la sua posizione procedimentale sia gestita all’insegna dell’urgenza perché bisogna chiuderla più rapidamente possibile, ad ogni costo.

Quanta forza ci vuole, date queste premesse, anche solo per ricordare che il detenuto è un essere umano che, come tutti, ha diritto a un processo equo, che potrebbe essere innocente o comunque non meritare la privazione della libertà?

Quanto coraggio ci vuole perché il giudice non diventi anch’egli un privato della libertà, nel suo caso la libertà di decidere tenendo lontano l’assordante rumore di chi lo vuole schiavo?

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