Nella vasta fenomenologia della campagna referendaria sulla separazione delle carriere merita attenzione la testimonianza di non pochi magistrati che, giunti alle soglie del pensionamento o già a riposo e avendo vissuto da protagonisti decenni di vita giudiziaria, avvertono il bisogno di fare un bilancio della loro esperienza e renderla pubblica.
È tra questi Guido Salvini, a lungo giudice del Tribunale di Milano, che ha di recente pubblicato “Tiro al piccione. Una storia del Palazzo di Giustizia”, Edizioni Pendragon, 2025, Bologna.
Così lo descrive lo stesso Autore nel suo sito web (a questo link per la consultazione):
“Ho affidato ad un memoir la storia, intensa ma spesso dolorosa, dei miei quarant’anni al Palazzo di Giustizia di Milano. Ho cercato di scrivere non il consueto libro, spesso scontato, dei magistrati a fine carriera né un saggio sul mondo dei Tribunali né un elogio di chi vi opera. Volevo, seguendo le orme di mio nonno medico, impegnato contro la tubercolosi che affliggeva le classi povere, e di mio padre, magistrato indipendente e illuminato, rivivere gli incontri che hanno segnato la mia carriera cercando di cogliere l’essenza di ogni evento e di ogni persona senza più dover emettere giudizi: dai terroristi di destra e di sinistra, agli estremisti islamici, dagli assassini comuni ai calciatori corrotti conosciuti a Cremona. Per questo ho scelto una narrazione diretta, il più possibile spontanea, recuperando lo stile delle letture giovanili su cui mi sono formato. Oltre alle vicende che ho incontrato, sempre tragiche ma anche suscettibili, e per questo mi sono impegnato, di indicare a qualcuno il sentiero da percorrere in futuro, e, quando questo non era possibile di conservare la memoria di chi da quegli eventi è stato travolto, ho anche raccontato, rompendo il conformismo e elogiativo di certe rappresentazioni, come vi siano nella magistratura nel suo complesso e in molti singoli magistrati gli stessi vizi, il desiderio di successo, l’invidia, la supponenza, la pavidità che prosperano nella società che sono chiamati a giudicare. Vizi moltiplicati dal potere che un semplice concorso attribuisce loro appena all’inizio dell’età consapevole e adulta. Con in più il pericolo che la pressione dei gruppi e delle fazioni all’interno della corporazione porta all’indipendenza del singolo che, per sua scelta non ne fa parte. Il libro Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia è pubblicato dalla casa editrice Pendragon”.
Un impegno ambizioso, dunque, che Salvini ha iniziato ad assolvere ben prima di questa sua pubblicazione.
Bisogna tornare indietro di qualche anno, precisamente a dicembre del 2021, era prossimo il trentennale di Mani Pulite e Fabrizio Cicchitto, esponente di primo piano e di lungo corso del Partito socialista italiano, aveva appena scritto un articolo, esprimendo un giudizio fortemente critico su quella vicenda giudiziaria.
Salvini volle scrivere anch’egli sullo stesso argomento e lo fece sulle pagine del Dubbio, con l’articolo “A trent’anni da Mani pulite, vi spiego cosa accadeva a Milano”, consultabile a questo link.
Ecco il testo integrale dell’articolo (i neretti sono quelli dell’edizione originaria):
«Ho appena letto un ampio articolo di Fabrizio Cicchitto nel trentennale di Mani pulite e quindi dell’origine del giustizialismo e, per alcuni, dell’idea di un socialismo per via giudiziaria. L’autore fa un breve accenno al ruolo svolto a Milano dall’ufficio Gip. Anche allora, negli anni ’90, vi prestavo servizio e quindi posso dare un contributo raccontando meglio una storia che pochi conoscono. È solo un aspetto tra i tanti di un fenomeno giudiziario con molte angolazioni, ma non è secondario, vale la pena di ricordarlo e posso narrarlo in prima persona. Cicchitto parla di un unico Gip che accentrò, indebitamente, tutti i filoni di quell’indagine rivolta pressoché all’intero mondo politico e imprenditoriale. Non sbaglia e spiego meglio cosa è successo. L’ufficio Gip in quel momento era un passaggio decisivo perché era chiamato ad accogliere o respingere la richiesta di cattura presentate dal Pool e poi le istanze di scarcerazione o di arresti domiciliari, un meccanismo da cui in pratica dipendeva il funzionamento e lo sviluppo di quell’inchiesta “sistemica”. Era comodo per la Procura avere un unico Gip già sperimentato, per alcuni già “direzionato”, e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all’interno dell’ufficio Gip, formato da una ventina di magistrati. Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare “difficoltà” alle indagini o comunque costringere chi le conduceva a confrontarsi con punti di vista diversi. Così il Pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall’arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un “registro” che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall’essere gestite dal Pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti in tutti i settori della Pubblica amministrazione era sempre lo stesso, l’865592, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere, tra l’altro anche a vicende per cui la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria di Milano non esisteva. Invece le regole nella sostanza volevano che ad ogni notizia di reato fosse attribuito un numero e ad ogni numero seguisse la competenza di un Gip non individuabile a priori. Ma questo espediente dell’unico numero impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell’unico Gip iniziale, quello dell’indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del Pool. Un paio di anni dopo, nel 1994, vale la pena di ricordarlo, Ghitti divenne consigliere del Csm: un’elezione e un prestigioso incarico propiziati quasi esclusivamente dall’essere stato appunto il “Gip di Mani pulite”. I principi dell’Ufficio furono quindi sovvertiti radicalmente e non si trattava di regole puramente organizzative o statistiche ma che dovevano presiedere al principio del giudice naturale e cioè che il giudice fosse del tutto indipendente e non fosse scelto da altri, soprattutto non dalla Procura. Ci fu anche un episodio che mi riguardò. Nel maggio 1993 un filone arrivò a me per “sbaglio”. Si trattava di quello relativo ad alcune presunte tangenti, peraltro romane, pagate nella Asst l’Azienda dei Telefoni, una storia che nulla aveva a che fare ovviamente con il Trivulzio. Ma portava scritto sulla copertina quel famoso numero. Nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere su alcune richieste del Pool, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al Gip Ghitti, evitando così che non solo io, questo non è affatto importante, ma che qualsiasi altro Gip dell’ufficio “interferisse” nella macchina di Mani pulite. Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell’ufficio Gip. Feci loro notare con una nota documentata la situazione del tutto illegittima che si era creata. Le mie osservazioni furono semplicemente cestinate. Non era il tempo di seguire le strada giusta ma di adeguarsi al mainstream. È andata così. Conservo ancora a distanza di tanti anni una cartellina con quegli atti e la lettera che avevo inviato al capo Ufficio. Del tutto inutile. L’ufficio Gip si inchinò e fece una triste figura».
Non si può certo dire che Guido Salvini abbia peccato di reticenza.
Al contrario, ha formulato accuse gravi e circostanziate che chiamano in causa l’allora giudice delle indagini preliminari Italo Ghitti, il dirigente della sezione GIP/GUP del tribunale milanese, l’intero pool della Procura milanese addetto all’inchiesta.
Anche Ghitti, ben prima di Salvini, rese testimonianza di quella stagione nel corso di un’intervista rilasciata al cronista Luigi Ferrarella del Corriere della Sera e pubblicata il 16 febbraio 2002 (consultabile a questo link).
Si riporta anche in questo caso il testo integrale del documento (in neretto le domande dell’intervistatore):
Italo Ghitti, come giudice delle indagini preliminari di Mani pulite dal 1992 al 1994 (quando lasciò e fu eletto al Csm) era lei ad avere le chiavi del carcere di Tangentopoli: ne ha mai abusato?
«Dico di no».
Mai un dubbio?
«Credo di aver mantenuto la paura di sbagliare. Anche se posso aver commesso errori».
Ne dica almeno uno.
«Ho sempre avuto l’idea di salvaguardare il processo: forse oggi non lo rifarei più».
In che senso?
«Faccio un esempio: ho negato almeno 90 arresti chiesti dai pm. Ma, salvo pochi casi, non lo si è mai saputo: forse oggi diffonderei io la notizia».
Perché?
«Anche per ridimensionare le cavalcate delle valchirie al quarto piano» (quello dei pm, ndr). Ma soprattutto per evitare l’accusa d’essere giudice appiattito sui pm».
Alt: non fu suo il bigliettino che al pm Di Pietro spiegava come riformulare l’accusa a un indagato? Ancora oggi, i fautori della separazione delle carriere tra pm e giudici vivono di rendita su questo episodio.
«In quel bigliettino io esponevo al pm le ragioni giuridiche per cui non gli davo un arresto (il manager Maddaloni, ndr)».
Per questo si scrivono le ordinanze formali di rigetto, non i bigliettini.
«Non lo feci perché, nelle more, mi arrivò una lettera di Di Pietro con scritto “ecco perché Maddaloni deve andare dentro”, e allegato un anonimo. Non sapevo più che farne: me lo mangiavo? Se avessi fatto l’ordinanza formale di rigetto, avrei dovuto depositare agli atti anche quell’anonimo».
Forse avrebbe dovuto. Non lo fece per tutelare il pm?
«No, per salvaguardare il processo. Era il 4 gennaio 1994, primo giorno in cui Cusani sarebbe comparso da libero in tribunale: immagina cosa sarebbe accaduto?».
Cosa risponde a chi le ricorda i dc Adamoli, Generoso o Darida, arrestati, assolti e risarciti per «ingiusta detenzione»?
«Che il problema sta tutto nella differenza tra indizi e prove. Per arrestare ci vogliono i gravi indizi: e vengono dall’accusa, senza contradditorio con la difesa fino all’udienza di convalida. Per condannare ci vogliono prove. E non sempre i gravi indizi sono sviluppati in prove: in uno dei processi che cita, neppure fu convocato il teste d’accusa».
Non c’erano soluzioni alternative alla cattura?
«No. Gli arresti avvenivano soprattutto all’inizio di ogni nuova indagine, quando massimo era il pericolo di inquinamento delle prove, che cessava o si attenuava solo dopo le ammissioni dell’indagato. Un pericolo che ho verificato più di una volta, di fronte a patti tra indagati per ridimensionare responsabilità o addossarle ad altri».
Tipo?
«Inchiesta Aem: ci fu un accordo tra amministratori per scaricare su un solo indagato, Lizzeri, tutte le responsabilità dei soldi alla Dc, che invece erano per lo più di un altro, Prada».
Questo resta il vero dubbio su Mani pulite: e cioè che i vostri indagati, specie nelle grandi aziende, attraverso le loro politiche difensive possano avervi di volta in volta saziato con porzioni di verità per proteggere il resto. O per combattere, tramite voi, guerre per bande.
«Guerre per bande, non so. Da parte mia vi era la certezza che gli imprenditori non dicessero tutto e fossero loro a scegliere il campo nel quale ammettere responsabilità. D’altro canto, li interrogavamo su fatti specifici e senza disporre di altri elementi, non si poteva fare diversamente. Per le grandi imprese che scelsero di cooperare, aggiungo che vi fu non solo la sensazione, ma persino la certezza che avessero fatto una specifica scelta dei terreni da offrire agli inquirenti: basta leggere l’interrogatorio nel febbraio ’94 di Mosconi (il top manager Fiat che raccontò di riunioni a Vaduz per distruggere carte bancarie, ndr)».
Potevate smarcarvi?
«Io come gip non facevo indagini, ma avvertii più di una volta Di Pietro che probabilmente bisognava compiere verifiche ulteriori rispetto alle ammissioni degli indagati».
Un caso?
«Lo stesso Mario Chiesa, visto che l’ammontare dei contratti appariva ben superiore a quello per il quale venivano ammesse tangenti. O il caso Pacini Battaglia: prospettai a Di Pietro l’opportunità di verificare direttamente la documentazione proveniente dalla sua banca».
I pm rispondono: il mulino delle confessioni lavorava a pieno regime, può essere sfuggito qualcosa.
«In realtà si sarebbe dovuto sviluppare un lavoro investigativo diverso da quello praticato, cercare elementi oggettivi di riscontro che prescindessero o avvalorassero le pur molteplici ammissioni».
E perché non fu fatto?
«Uno degli elementi più nocivi per il consolidarsi della prassi di fermarsi alle ammissioni venne dalla Cassazione, che proprio in quegli anni affermò il valore della “convergenza del molteplice”, solo più tardi abbandonato».
Via libera.
«Ma questo appiattirsi ha comportato una oggettiva incapacità di adeguare il metodo di indagine ai fatti di corruzione che emergevano. Incapacità divenuta palese di fronte ai cosiddetti “uomini della Siberia”».
Allora lei, a chi vi accusa di non aver incalzato anche il Pci-Pds, non risponde con la medesima tesi dei pm del pool, secondo i quali la differenza con gli altri partiti l’avrebbero fatta la minore voracità dell’apparato «rosso», la rocciosa fibra degli indagati, e l’amnistia del 1989.
«No, la penso diversamente. Posso dire che non c’è stata una scelta di tenere fuori dalle indagini un qualche partito politico. Ma dico anche che c’è stata l’incapacità di adeguare il metodo delle ammissioni, che non avrebbe mai potuto funzionare con gli “uomini della Siberia”».
La storia di Mani pulite avrebbe potuto essere diversa?
«La storia di Mani pulite non ha esaurito e non esaurisce la storia: qualcuno si sarà anche potuto salvare da accuse di corruzione, ma magari ha dovuto lasciare la sede di partito, vendere il giornale, chiudere l’azienda… E di fatto, il tempo ha evidenziato come, al di là dei fatti penalmente rilevanti, vi fossero altre realtà che adottavano praticamente lo stesso metodo dei partiti più coinvolti».
Chi vi osannava, oggi vi crocifigge: quando si è rotto l’incantesimo?
«Per me la fine del consenso a Mani pulite ha due date precise. La prima: 3 settembre 1993, arresto del giudice Diego Curtò, la gente comincia a pensare che la corruzione non è solo tra i partiti ma può esistere persino tra i magistrati. La seconda: 4 ottobre 1993, richiesta di archiviazione per il tesoriere pds (lo scomparso Marcello Stefanini, ndr), la gente comincia a pensare che allora non c’è imparzialità».
A torto o a ragione?
«Non lo so dire. Ho già esposto la mia idea».
Lei, però, è stato il primo ad abbandonare la scialuppa di Mani pulite.
«Ricordo anche l’ora in cui decisi di terminare il lavoro, cercando soluzioni alternative (la candidatura al Csm, ndr): le 15.57 dell’8 marzo 1993».
Fu il giorno in cui Dell’Utri, avendo appreso da una «fuga di notizie» del Tg5 che per lui il pool aveva chiesto l’arresto, si presentò davanti al giudice competente. Lei che c’entra?
«Mi resi conto che non riponevo più fiducia nella correttezza di alcuni pm, perché in quella circostanza ebbi la certezza che determinate notizie uscivano dagli uffici dei pubblici ministeri».
Cosa o chi glielo fece ritenere?
«No, basta. Su questo non voglio dire di più».
Le testimonianze di Salvini e di Ghitti, pur diverse nelle prospettive anche “ideologiche” dei loro autori e nella distanza di tempo dagli eventi cui si riferiscono, offrono un contributo di straordinaria importanza per la comprensione di ciò che si potrebbe definire “il senso di Mani Pulite per le regole”.
Ghitti, controllore unico della legalità dell’inchiesta nella fase delle indagini preliminari e detentore esclusivo delle chiavi del carcere per gli individui coinvolti nell’inchiesta, neanche prova a riflettere (e certo non aiuta l’assenza di domande sul punto da parte dell’intervistatore) sull’eccezionalità di una situazione che demandava a un unico giudice l’interlocuzione con i magistrati del pool e le loro incessanti richieste. Né ci aiuta a capire come abbia potuto smaltire senza ritardi e intoppi il carico esorbitante di lavoro che gliene derivò e se, per caso, abbia trovato un rimedio fidandosi della correttezza delle proposizioni e delle conseguenti richieste della Procura e quindi, per ciò stesso, diminuendo l’intensità del controllo che gli spettava.
Ammette qualche eccesso nell’uso del potere cautelare ma si rifugia dietro la cogenza del canone interpretativo della “convergenza del molteplice” senza concedere all’intervistato e ai lettori un minimo di riflessione sulla possibilità che le molteplici dichiarazioni confessorie raccolte dagli inquirenti potessero essere inquinate da convenienze o pressioni insopportabili o cos’altro ancora.
Sostiene che le indagini avrebbero dovuto spingersi assai più avanti nella ricerca di riscontri credibili a quelle stesse dichiarazioni ma non ne trae la conclusione che, stando così le cose, potrebbe egli stesso avere avallato l’esistenza di gravi indizi o addirittura di prove lì dove non c’erano né gli uni né le altre.
Riconosce di avere interloquito in modo eccentrico con il PM Di Pietro ma non scorge dove stia lo scandalo e si giustifica con considerazioni al limite dell’incomprensibilità.
Afferma di essersi infine accorto che qualcosa non andava ma l’unica sbavatura che indica è quella di una fuga di notizie che gli fece comprendere che far parte del pool non equivaleva ad essere uno dei quattro evangelisti.
Davvero deludente la rievocazione del Dr. Ghitti che tuttavia, come appena rilevato, è significativa per il non detto più che il detto.
Ben più centrata e riferita a fatti indiscutibili appare la testimonianza di Salvini.
Ci offre uno spaccato di quotidiana violazione delle regole attuative del principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge che, pur nella pacatezza del ricordo, impressiona per la sua carica trasgressiva.
Ci dice che quella violazione fu comunicata a chi, per posizione funzionale, avrebbe dovuto prevenirla e risolverla e tuttavia non lo fece.
Spiega che a quella violazione seguirono i risultati più graditi alla Procura e uno scranno di componente del CSM per colui che aveva nelle sue mani “le chiavi del carcere di Tangentopoli”.
Guido Salvini afferma in ultima analisi che accaddero cose gravi e che poterono accadere perché nessuno si oppose tra coloro che avevano il dovere di farlo.
