Pubblichiamo una pacata riflessione del dottor Cuno Tarfusser che ringraziamo.
Mi permetto di entrare in punta di piedi, con alcune riflessioni sul dopo-referendum, in un dibattito molto chiassoso tra i militanti del SI e del NO.
Ho già detto e ripeto che non sono contrario alla separazione delle carriere.
Ho però anche detto che la “riforma Nordio” è l’ennesima presa in giro dei cittadini, cui viene falsamente fatto credere che migliori questa giustizia irresponsabile, arrogante e agonizzante, mentre triplica le istituzioni, gli incarichi, i costi e la burocrazia.
Questa riforma però non è stata scritta da degli stupidi e incompetenti, bensì da chi vuole porre le basi per incidere in via “subliminale” sugli equilibri tra poteri dello Stato. Non lo fa certo in un’ottica di un sano riequilibrio tra il potere politico e il potere giudiziario “correntocratico” che da anni prevale in modo intollerabilmente debordante sul primo, ma nel senso di un’inversione di questo equilibrio tutto a favore del potere politico.
Siccome i cittadini dovranno dire semplicemente SI o NO ad una riforma di cui non conoscono e non capiscono, né i contenuti e ancora meno le conseguenze, disorientati come sono da una campagna fatta di slogan disinformativi e ingannatori delle opposte tifoserie, ho pensato di rendere un servizio immaginando il dopo-referendum e le conseguenze sul sistema giustizia, sia per il caso della vittoria del NO, sia per quello di vittoria del SI.
Non ho alcun dubbio che la vittoria del NO verrebbe interpretata dalla magistratura militante delle “correnti”, ovvero dal potere giudiziario, come una vittoria dello status quo, come segno di immutata fiducia dei cittadini nella magistratura, ma soprattutto come investitura popolare che accrescerebbe ulteriormente l’arrogante autoreferenzialità di un’insopportabile magistratura “correntocratica” che si sentirebbe anche rafforzata nella sua ecumenica convinzione di essere l’unico e legittimo guardiano della moralità sociale.
Non basta!
La vittoria del NO – accrescendo il potere egomaniaco della magistratura associata che gestisce questo potere con disciplina militare e lo distribuisce sul territorio con equilibrio correntizio attraverso nomine, tutte pilotate, e concorsi, tutti truccati – garantirà l’immobilismo riformatorio in materia giudiziaria per molti anni.
Insomma, la vittoria del NO sarebbe un vero e proprio disastro!
Se non parimenti disastrosa, con la vittoria del SI inizierà un periodo di molto “pericolosa incertezza” dovuta al fatto che la riforma costituzionale, una volta approvata, avrà bisogno di “norme di attuazione” senza le quali è una scatola vuota.
La nuova norma costituzionale, infatti, si limita a dire che i Consigli della Magistratura saranno due, uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri e che saranno composti per un terzo giuristi estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento e per due terzi da “magistrati giudicanti e requirenti, nel numero e secondo le procedure previste dalla legge”.
Rinvia, quindi, a una legge ancora tutta da scrivere per stabilire, il numero complessivo dei componenti dei due Consigli (dieci? venti? cinquanta?); i magistrati legittimati ad essere sorteggiati (tutti? solo alcuni? quali i presupposti soggettivi e oggettivi?); chi farà questa selezione (un automatismo? le correnti, la politica?); chi giudicherà le posizioni controverse; se sarà riconosciuta la possibilità dell’“obiezione di coscienza” a chi, sorteggiabile o sorteggiato, non voglia fare il Consigliere; quali saranno i poteri, le prerogative e il funzionamento dei due nuovi Consigli.
Analoga è la situazione relativa alla Corte disciplinare.
Il nuovo art. 105 della Costituzione ne determina il numero complessivo dei componenti, quindici, di cui sei saranno giudici e tre pubblici ministeri estratti a sorte. Per tutto il resto rinvia a una successiva legge che determinerà i presupposti per essere sorteggiabili, gli illeciti disciplinari e le sanzioni, stabilirà come dovranno essere composti i collegi giudicanti, quale dovrà essere la proporzione tra magistrati e giudici laici in ciascun collegio e scriverà le regole processuali e di funzionamento della Corte disciplinare.
È evidente come, in caso di vittoria del SI, le leggi di attuazione – di cui paradossalmente nessuno parla – condizioneranno in modo decisivo la riforma costituzionale nel senso, o di cambiare molto per non cambiare nulla mitigandone gli effetti fino a quasi annullarli, oppure di pericolosamente potenziarla incidendo sui poteri e sulle prerogative dei due Consigli e sul meccanismo disciplinare, ridimensionando l’autonomia e indipendenza – quella sana e necessaria, intendo – della magistratura.
Quindi, dando per quasi certa la vittoria del SI, particolare attenzione e vigilanza va rivolta alla fase di stesura delle norme di attuazione affinché queste non siano utilizzati come un grimaldello per violare quell’autonomia e indipendenza della magistratura che – ne sono certo – gli stessi sostenitori del SI, Avvocatura in testa, considerano un valore irrinunciabile. Perché, se è vero che l’art. 104 della Costituzione secondo cui “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, non è toccato da questa riforma, è però altrettanto vero sull’autonomia e l’indipendenza si può benissimo incidere con una “sapiente” formulazione delle sue norme di attuazione.
