Tra provocazione e retorica: perché il questionario del segretario di ANM non è un dibattito (Vito Daniele Cimiotta)

Il Segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati ha recentemente diffuso sui social un questionario composto da sette domande rivolto agli avvocati favorevoli alla riforma in discussione. 

Al di là dell’apparente intento di promuovere un dialogo argomentato, l’iniziativa si distingue per la chiara impronta provocatoria, che sembra meno finalizzata a sollecitare riflessione e più a suscitare reazioni immediate e, talvolta, emotive. Non si tratta di rispondere alle singole domande; piuttosto, occorre confrontarsi criticamente con l’intera impostazione del questionario, con il suo tono selettivo, la sua retorica implicita e il contesto in cui è stato posto.

È un invito a riflettere, sì, ma sul metodo stesso dell’interrogazione, non sulle risposte che essa vorrebbe suscitare.

È necessario ribadire un principio fondamentale: l’ANM è un’associazione privata di magistrati, priva di qualsiasi funzione ufficiale di rappresentanza della magistratura nel suo complesso. Le domande poste dal Segretario generale riflettono esclusivamente le opinioni di una parte degli iscritti e non costituiscono un atto di autorità istituzionale né un confronto obbligatorio con la categoria degli avvocati. Qualsiasi lettura del questionario come un conflitto tra magistratura e avvocatura è pertanto fuorviante e riduttiva: il post non è né un diktat né un pronunciamento ufficiale, ma un’iniziativa interna, personale, che esercita il diritto di parola di una posizione privata all’interno di un’associazione privata.

Il carattere selettivo del questionario è innegabile. Le domande sono rivolte esclusivamente agli avvocati favorevoli alla riforma, escludendo deliberatamente ogni altra voce potenzialmente interessata o coinvolta nel dibattito. Ciò trasforma un potenziale strumento di confronto in un palcoscenico di provocazioni, dove la neutralità e l’inclusività, condizioni indispensabili per un dibattito serio, vengono sacrificate in favore di una pressione implicita sugli interlocutori. 

Occorre sottolineare un punto decisivo: gli avvocati interpellati non sono tenuti a rispondere alle domande. Non è richiesto né auspicabile che ciascuno fornisca risposta puntuale; farlo significherebbe legittimare un metodo discutibile, partecipando a un gioco retorico che sposta l’attenzione dal merito del dibattito alla performance delle risposte. L’approccio corretto consiste nel rispondere al questionario nel suo insieme, contestandone la struttura, l’impostazione selettiva e la funzione provocatoria.

Solo in questo modo si riconosce la valenza di ciò che esso rappresenta realmente: sicuramente non un invito ad un confronto equilibrato.

In definitiva, il questionario diffuso dal Segretario generale dell’ANM non costituisce uno strumento di confronto costruttivo, ma una provocazione mediatica privata, caratterizzata da un target ristretto, un tono retorico predefinito e un impianto selettivo che ne limita fortemente la legittimità come strumento di dibattito.  Affrontare le domande singolarmente significherebbe scendere nel terreno della provocazione; criticare l’intero questionario consente invece di riaffermare principi fondamentali di neutralità, rispetto reciproco e correttezza nel dibattito pubblico.

In un momento storico in cui la qualità del confronto tra le categorie professionali, tra magistratura e avvocatura, è più che mai essenziale, iniziative di questo genere rischiano di offuscare la sostanza con la forma, di sostituire l’argomentazione ponderata con la reattività emotiva, e di trasformare la discussione su riforme delicate in una disputa simbolica, in cui a prevalere non è la ragione, ma la percezione. Il modo più efficace per difendere il valore del dialogo consiste nel riconoscere la natura del questionario per ciò che è, criticarne metodo e impostazione, e riportare l’attenzione sui contenuti reali, senza cadere nella trappola retorica della provocazione.

In conclusione, il questionario diffuso dal Segretario generale dell’ANM deve essere letto per quello che è: un’iniziativa privata, che cerca più di sollecitare reazioni immediate che di promuovere un confronto equilibrato. 

In un contesto in cui la qualità del dialogo tra magistratura e avvocatura è essenziale, riconoscere e contestare iniziative come questa non è un atto di ostilità, ma un atto di difesa della ragione, del rigore e della correttezza del dibattito pubblico. 

In ultima analisi, il questionario del Segretario generale dell’ANM rimane un esempio lampante di come la forma possa assumere un peso eccessivo rispetto al contenuto. 

Difendere la serietà del dibattito pubblico non significa chiudersi al dialogo, ma riconoscere quando un’iniziativa nasce più per provocare che per discutere.