Oggi, 21 novembre 2025, la Giunta dell’Unione delle camere penali italiane (UCPI) ha diramato una nota dal titolo “L’Ufficio del Garante dei detenuti si riappropri del proprio ruolo”, allegata alla fine del post.
Il documento prende posizione su una vicenda piuttosto singolare.
Alla fine di maggio di quest’anno, l’Avvocato Michele Passione ha rimesso i mandati difensivi conferitigli dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà (GNPL), perché lo rappresentasse in processi ove era costituito parte civile e nei quali era stata contestata l’imputazione di tortura per fatti verificatisi, secondo l’ipotesi accusatoria, nelle carceri di San Gimignano, Firenze Sollicciano, Santa Maria Capua Vetere, Verona e Reggio Emilia (un nostro commento sulle dimissioni è consultabile a questo link).
La rinuncia motivata e documentata ai mandati di Passione ed altri professionisti che da anni collaboravano col GNPL era stata diffusa presso vari organi di informazione.
A luglio il Garante, in persona del presidente Riccardo Turrini Vita, ha ritenuto di segnalare la circostanza all’organo disciplinare forense competente, ravvisando nella condotta di Passione la violazione dei doveri di segretezza e riservatezza e dei doveri da osservare nei rapporti con gli organi di informazione sanciti dal Codice deontologico forense.
Il 7 novembre il Consiglio distrettuale di disciplina per il Distretto di Corte d’appello di Firenze ha archiviato l’esposto di Turrini Vita.
Questi i fatti.
L’opinione che se ne ricava è che il GNPL stia continuando a percorrere una strada non in linea con la sua funzione e con le necessità specifiche dell’attuale stagione di insensibilità istituzionale verso il mondo carcerario e chi ne patisce la marginalità.
Non è superfluo ricordare che il Garante è un organismo indipendente e quindi, come si sottolineava nel nostro precedente post citato sopra, “necessariamente orientato a svolgere i suoi importanti compiti senza farsi minimamente condizionare dal programma e dagli umori della maggioranza politica di cui è espressione il Consiglio dei ministri che delibera la nomina dei suoi componenti, con la successiva ratifica del Capo dello Stato. Senza farsi condizionare da niente e da nessuno, meglio ancora”.
Indubbio che debba agire collaborando con tutte le istituzioni le cui competenze si incrocino con le sue ma sempre mantenendo una propria rotta tracciata sul diritto dei detenuti a condizioni carcerarie conformi a legge e rispettose del finalismo rieducativo della pena.
Chiaro questo, le dimissioni seriali di professionisti che da anni collaboravano col Garante e ne riscuotevano la piena fiducia avrebbero dovuto spingere i componenti del collegio dell’organismo ad una seria verifica delle ragioni addotte a giustificazione del gesto dei loro collaboratori, ad un’eventuale revisione di prassi sbagliate e non sufficientemente collaborative e, in mancanza di reali motivi ostativi, al ripristino della fiducia perduta.
E questo avrebbero dovuto fare perché, avendo come faro l’interesse dei detenuti, era loro interesse che attività difensive complesse come quelle da spiegare in processi per tortura con il clima di questi anni continuassero ad essere svolte da chi aveva una conoscenza consolidata degli atti.
Questo si pensa che avrebbe dovuto fare il Garante ma non l’ha fatto, anzi ha fatto il contrario: ha espresso noncuranza verso le dimissioni e, venute fuori la notizia e le dichiarazioni degli interessati, ha saputo soltanto inoltrare un esposto per asseriti illeciti disciplinari che, a quanto pare, non esistevano.
E quindi, per concludere, pare di poter dire che sarebbe davvero ora, come auspica l’UCPI, che il Garante torni a fare il suo piuttosto che avventurarsi in iniziative improvvide.
