La storia di un falso
Open, il giornale online fondato da Enrico Mentana e attualmente diretto da Franco Bechis, ha una sezione chiamata Fact-checking.
Viene presentata così: “Fact-checking di Open è un progetto giornalistico indipendente che mira a monitorare le notizie false o fuorvianti diffuse in Italia e all’estero, fornendo un servizio di corretta informazione e degli strumenti necessari ai cittadini per imparare a riconoscere le bufale, la disinformazione, la misinformazione e tutte le altre falsità che minano la società e il processo democratico”.
Due giorni fa, il 13 novembre 2025, proprio in questa sezione, è stato pubblicato, a firma di David Puente, l’approfondimento “Le false citazioni di Falcone e Borsellino sulla separazione delle carriere: come si sono diffuse”, consultabile a questo link.
Premesso l’invito alla sua lettura integrale, davvero illuminante, riporto qui la sintesi del contenuto, così come redatta dallo stesso articolista:
- La citazione attribuita a Giovanni Falcone e indicata come pubblicata su Repubblica il 25 gennaio 1992 risulta del tutto infondata.
- Nessuna intervista di quella data esiste negli archivi del quotidiano.
- Repubblica ha confermato pubblicamente che non ha mai pubblicato quell’intervista.
- La prima comparsa nota della frase è in un articolo di La Notizia del 23 luglio 2025, firmato da Giulio Cavalli, poi modificato a novembre con una nota dalla testata.
- Una seconda citazione falsa, attribuita a Paolo Borsellino durante una presunta puntata della trasmissione Samarcanda del 1991, risulta altrettanto infondata.
- Il dibattito sulla separazione delle carriere non è nuovo. Se quelle citazioni fossero autentiche, sarebbero emerse ben prima del 2025, cosa che non è mai avvenuta.
Ho voluto verificare personalmente l’effettiva esistenza dell’articolo “incriminato” e il tenore del suo contenuto.
Comincio col dire che Cavalli ha un suo blog, giuliocavalli.net, nel quale si presenta come “Giulio Cavalli Per brevità chiamato artista”.
Nella sezione “Chi sono”, scrive così di se stesso: “Chi sono più o meno lo trovate nella mia pagina su wikipedia. Principalmente scrivo e racconto. Scrivo libri, scrivo articoli, scrivo monologhi e recito libri, recito monologhi e ogni tanto recito anche inchieste”.
Procedo quindi alla ricerca dell’articolo dentro il blog, clicco sull’icona della lente di ingrandimento e digito “Falcone”.
Trovo un primo articolo, “Falcone, la memoria a orologeria: Palermo e le crepe dell’antimafia”, postato il 27 maggio 2025.
Lo leggo, contiene un passaggio significativo ma non ancora decisivo (il neretto è dell’Autore): “il governo lavora per demolire l’edificio di giustizia costruito anche sul sangue di Falcone. Dalla separazione delle carriere alla compressione dell’autonomia della magistratura, l’offensiva in corso non è meno pericolosa delle bombe di Capaci”.
Proseguo e trovo un secondo articolo, “Strumentalizzare Falcone: una bestemmia civile”, postato il 26 marzo 2025.
Leggo anche questo e penso sia quello giusto. Contiene infatti questo periodo: “Falcone parlava di codice penale, di riforme, di impegno. Parlava da magistrato che conosceva il peso delle parole. Ma chi lo cita oggi lo fa per spingere una riforma – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – che lo stesso Falcone temeva. In Cose di Cosa Nostra, nel 1991, spiegava che una tale separazione avrebbe indebolito la lotta alla mafia, spezzando l’unità della magistratura e rendendo più vulnerabile il lavoro delle procure alle pressioni esterne”.
Alla fine del post si trova il link https://www.lanotiziagiornale.it/strumentalizzare-falcone-una-bestemmia-civile/ il quale avverte che l’articolo proviene da La Notizia e ne consente la lettura.
Clicco sul link, leggo la versione dell’articolo come pubblicata su tale giornale e in effetti è identica a quella del blog.
Senonché David Puente, nel suo approfondimento per Open, indica come fonte dell’informazione non veritiera l’articolo “Falcone e Borsellino non volevano la separazione delle carriere. Chi li tira in ballo per giustificare la riforma lo fa in modo improprio”, anch’esso redatto da Giulio Cavalli e pubblicato da La Notizia il 23 luglio 2025 ma di cui non viene fatta menzione nel suo blog.
Lo si può leggere a questo link.
Vi si troverà questa rettifica alla fine dell’articolo: “Avvertenza per i lettori: nella stesura originaria dell’articolo (23 luglio 2025) abbiamo riportato le seguenti frasi, su segnalazione di una nostra fonte, attribuita a Giovanni Falcone (“Una separazione delle carriere può andar bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero. Ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile”) e Paolo Borsellino (“Separare le carriere significa spezzare l’unità della magistratura. Il magistrato requirente deve poter svolgere la sua funzione senza dover rendere conto al potere politico”). A distanza di mesi l’argomento è tornato di stretta attualità in relazione all’apertura della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, tornando al centro del dibattito politico. A seguito di ulteriori verifiche sulle frasi sovra riportate va tuttavia precisato che non è stato possibile trovare riscontri certi sull’attribuzione ai due magistrati”.
La rettifica risulta fatta il 12 novembre 2025, alle ore 18.03.
Note di commento
Open e il suo servizio di fact-checking e prima ancora Damiano Aliprandi con i suoi articoli per Il Dubbio, frutto di un prezioso lavoro di scavo sui non pochi travisamenti della verità che sembrano caratterizzare una parte dell’odierna narrazione dell’antimafia, hanno portato alla luce una storia di falsità.
È stata attribuita a Giovanni Falcone una presa di posizione nettamente contraria alla separazione delle carriere e le si è costruito attorno un contesto, precisamente un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica.
Si è scoperto, dopo che la notizia aveva avuto il tempo di circolare e di essere diffusamente utilizzata a sostegno del fronte del no alla separazione delle carriere, che l’intervista era un’invenzione in quanto mai rilasciata, e che non esisteva alcun riscontro che consentisse di ritenere effettivamente pronunciate le espressioni attribuite al defunto magistrato.
Il riconoscimento della falsità risulta quantomai tardivo.
La Repubblica dà atto pubblicamente dell’inesistenza dell’intervista solo il 12 novembre 2025 e lo stesso giorno arriva la rettifica de La Verità.
Proprio La Verità attribuisce la notizia ad una fonte imprecisata.
Gli ulteriori utilizzatori e diffusori della notizia hanno fatto a loro volta riferimento a fonti qualificate, anch’essi senza mai preoccuparsi di rivelare chi fossero queste fonti.
In sintesi: qualcuno confeziona una bufala, qualcun altro la raccoglie e la diffonde senza alcun controllo, qualcuno fa il controllo che sarebbe spettato ai divulgatori e scopre l’inganno, i divulgatori messi alle strette ammettono l’errore.
È una brutta storia.
Si assume come fatto dovuto fino a prova contraria che tutti i divulgatori abbiano agito in buona fede e siano stati ingannati dalla fonte ignota.
Nessuno di loro ha tuttavia fatto quello che il giornalismo di servizio e la divulgazione pubblica impongono come regola primaria: la verifica della notizia.
Nessuno di coloro che successivamente si sono serviti del falso per portare acqua al loro mulino lungo il percorso che ha portato all’approvazione del testo di legge costituzionale ha avvertito la necessità di quella verifica e solo nelle ultime ore si sentono finalmente accenni alla necessità di non disturbare più il sonno di due giusti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Proprio una brutta storia.
