Il testo di legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” è stato definitivamente approvato in seconda votazione dal Senato della Repubblica nella seduta del 30 ottobre 2025 e in pari data pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – serie generale, n. 253.
Il testo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere ma non è stato raggiunto il quorum di due terzi, rendendosi in tal modo possibile sottoporlo a referendum popolare ai sensi dell’art. 138 Cost., a richiesta di un quinto dei componenti di una Camera o di 500.000 elettori o di cinque Consigli regionali.
In effetti, è ciò che sta avvenendo e varie forze politiche, comprese quelle di maggioranza, hanno iniziato le attività propedeutiche per arrivare alla consultazione popolare.
Un’ampia mobilitazione sta avvenendo anche nella società civile e si assiste alla nascita di vari comitati che illustrano le ragioni del sì o del no al referendum. Spiccano in questo secondo ambito le iniziative dell’Associazione nazionale magistrati, schierata decisamente a favore del no alla conferma del testo di legge, e dell’Unione delle Camere penali italiane, schierata altrettanto decisamente sul fronte del sì.
Contestualmente, il tema della “separazione delle carriere” diventa sempre più virale sul web con tutte le caratteristiche dei dibattiti virtuali contemporanei: commenti orientati alla sensazione più che all’approfondimento, parole scritte per accumulare like piuttosto che per concorrere ad una maggiore consapevolezza.
La riforma che porta il sigillo del Ministro Nordio, ovviamente forte della condivisione di tutti i partiti della coalizione governativa e della premier Giorgia Meloni, viene proposta, al di là degli aggettivi roboanti e dei toni enfatici, come una sorta di precondizione di sistema.
Si sostiene che niente di ciò che i cittadini desiderano legittimamente dalla giustizia sarà possibile senza eliminare le commistioni che hanno reso il potere giudiziario un ostaggio delle correnti associative, che hanno ridotto il Consiglio superiore della magistratura a mero luogo di ratifica di accordi presi altrove, che hanno favorito innaturali connubi tra magistrati inquirenti e giudicanti, che hanno ridotto la giurisdizione disciplinare ad una sorta di giustizia domestica negoziabile ed adattabile secondo appartenenze e convenienze.
A questa idea fondativa, che si risolve non in un vantaggio immediato ma nella promessa di un benessere futuro, seguono le soluzioni ormai note.
Se si volesse ridurre la riforma a un sillogismo aristotelico, lo si potrebbe presentare più o meno così: la giustizia non funziona (premessa maggiore), la giustizia è amministrata da una magistratura unita (premessa minore), la giustizia non funziona perché la magistratura è unita (conclusione).
Va da sé che sono possibili anche altri schemi sillogici che corrispondono a visioni antitetiche a quella della coalizione di maggioranza: la magistratura è un potere di controllo scomodo per chi governa (premessa maggiore), la magistratura è unita (premessa minore), la magistratura è un potere di controllo scomodo perché è unita (conclusione).
Senonché, simili classificazioni congetturali sono totalmente inservibili: da un lato perché la premessa maggiore, cioè quella che condiziona l’intera sequenza, può essere identificata con plurime affermazioni, ognuna delle quali necessariamente generica; dall’altro perché il cittadino comune, al cui interesse tutte le parti in causa sostengono di richiamarsi, chiede non opinioni ma verità oggettive, non promesse ma soluzioni concrete.
Stando così le cose, qualunque opinione si voglia avere sulla riforma dovrebbe partire proprio da quel cittadino, da cosa gli serve e da cosa avrà ma anche da cosa ha e da cosa potrebbe essergli tolto.
Questa indispensabile focalizzazione deve essere necessariamente correlata all’oggetto della riforma perché, se così non fosse, si peccherebbe di bulimia e per un blog questo peccato è mortale.
Su questa premessa e con questa delimitazione, la risposta per me è assai semplice: per il cittadino non cambierà nulla e lo sta ingannando chiunque gli dica che a riforma confermata starà meglio o peggio.
A questo punto dovrei giustificare questa conclusione e in effetti stavo cominciando a farlo.
Dovrei anche spiegare cosa servirebbe davvero al cittadino e stavo cominciando a fare anche questo.
Poi ho pensato che no, che il nulla è nulla e si spiega da solo e che nient’altro può stargli accanto.
Provino altri, se ci riescono, a dimostrare che non di nulla si tratta ma di qualcosa.

Considerazioni interessanti e ben esposte che mi invogliano a saperne di più con questo blog 👋🏻
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Grazie.
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