La questione
Nell’edizione del 25 ottobre 2025 di SkyTG24, sezione tecnologia, è stato pubblicato un interessante articolo dal titolo “L’intelligenza artificiale soffre di brain rot, il “rimbambimento” da web: lo studio”, consultabile a questo link.
L’espressione chiave è “brain rot” con cui si intende un deterioramento intellettivo causato dal consumo eccessivo di contenuti online futili e non stimolanti.
Il neologismo ha colpito nel segno tanto da essere nominato parola dell’anno 2024 dall’Oxford Dictionary e registrato nel 2025 dal vocabolario Treccani.
Dall’articolo apprendiamo che questo malessere colpisce gli utenti che fanno un uso intensivo di Internet e consultano costantemente post sui social e le reazioni che provocano.
Conta in negativo non solo la quantità smodata di tempo passato nel mondo virtuale ma anche la massa ormai ingovernabile delle informazioni con cui si viene a contatto e il fatto che la maggior parte di esse siano progettate non per promuovere profondità di approfondimento e pensiero ma per catturare clic, dando quindi vita al fenomeno del clickbait (letteralmente esca per clic), che è una tecnica di marketing online la quale si serve di titoli sensazionalistici o fuorvianti per spingere gli utenti a cliccare su un link e il cui obiettivo è generare traffico verso una pagina web, aumentare le visualizzazioni e, di conseguenza, incrementare le entrate pubblicitarie.
Che molte persone siano esposte al rischio del brain rot è sotto gli occhi di tutti, quello che invece era rimasto piuttosto nell’ombra è che anche le piattaforme di intelligenza artificiale del tipo LLM (large language model, vale a dire modello linguistico di grandi dimensioni) cominciano ad esserne affette per la semplice ragione che, quando il loro addestramento avviene sulla base di informazioni clickbait, presenteranno prima o poi tutti i sintomi del brain rot, cioè declino cognitivo, ridotte capacità di ragionamento e memoria degradata.
Sicchè, per concludere sul punto, la massima esperienziale che quantità non vuol dire qualità vale per i software di IA tanto quanto per gli esseri umani.
Mi ha dato da pensare questo articolo.
Anch’io, come tanti, giro spesso nel web per procurarmi informazioni e servizi e frequento due canali social, LinkedIn e Facebook, per una sorta di mission ‘aziendale’: Terzultima Fermata pubblica i suoi post sul proprio sito ma per agevolarne la diffusione li rilancia in parte anche su quei canali.
Ne derivano implicazioni: TF, pur essendo e funzionando come un blog, è anche un’attività editoriale soggetta ai doveri di verità, pertinenza e continenza ed alla quale spettano il controllo delle reazioni alle sue pubblicazioni e, ove occorrano, interventi, correzioni e quant’altro utile per fronteggiare la vasta fenomenologia dello sbracamento social.
L’ulteriore conseguenza è che mi tocca passare assai più tempo di quanto vorrei sui social per leggere, controllare, rispondere, chiarire e così via.
Sono dunque un candidato potenziale per il brain rot, rischio cioè che il mio cervello si deteriori per la quantità di dati inutili con cui viene a contatto.
Non me la sento neanche di escludermi: potrei essere anch’io un produttore di inutilità il che mi attribuirebbe la doppia veste di carnefice e vittima.
La richiesta di aiuto a Copilot
Non sapendo bene come comportarmi, ho pensato che sarebbe stato utile un confronto con qualcuno esposto allo stesso rischio e, dopo la lettura dell’articolo citato in apertura, ho scelto di farlo con Copilot, l’assistente virtuale messo a disposizione da Microsoft.
Ho chiesto a Copilot di preparare una relazione sintetica sul brain rot, con focus specifico nell’ambito giuridico e con sottoinsiemi per ciascuna delle tipologie di attori che operano in tale ambito (legislatori, giudici, avvocati, accademici e studiosi, studenti).
Gli ho anche chiesto di impostare la relazione in forma dialettica, nella forma classica della tesi e dell’antitesi, assumendo quindi il doppio ruolo del sostenitore dell’effettività del rischio di brain rot e del contraddittore che mette in dubbio la sua esistenza.
Segnalo fin d’ora che nella relazione sono impiegate alcune espressioni di cui Copilot non si è curato di chiarire il significato e quindi lo faccio io stesso, ricavandolo dalla chat preparatoria.
“Leggi pop”
Sono provvedimenti normativi caratterizzati da una forte risonanza mediatica, spesso ispirati da eventi virali, pressioni sociali o trend digitali. Non nascono da un processo sistemico o da una riflessione giuridica profonda, ma da una spinta emotiva o simbolica, con l’obiettivo di rispondere rapidamente a una domanda pubblica percepita. Hanno come caratteristiche distintive: l’emotività normativa (la legge è scritta sull’onda di indignazione, paura o entusiasmo collettivo); la semplificazione comunicativa (il testo è pensato per essere facilmente “vendibile” al pubblico, spesso con slogan o titoli accattivanti); la debolezza sistemica (manca un’analisi approfondita degli effetti giuridici, delle interazioni con norme preesistenti, o della coerenza costituzionale); la temporalità breve (spesso sono leggi che invecchiano rapidamente, perché legate a un contesto emotivo o mediatico transitorio).
“Igiene cognitiva”
È l’insieme di pratiche, abitudini e strumenti volti a preservare la lucidità mentale, proteggere la qualità del pensiero e contrastare il sovraccarico informativo, la distrazione digitale e la superficialità cognitiva. Non è una disciplina medica in senso stretto (come l’igiene mentale), ma una metodologia trasversale che può essere applicata in ambito professionale, creativo, giuridico, educativo e personale.
I suoi componenti principali sono: la selezione dei contenuti (evitare esposizione prolungata a stimoli digitali frammentati, virali o emotivamente manipolativi; i ritmi mentali protetti (alternanza tra concentrazione profonda e pause rigeneranti); la routine di pensiero (uso di mappe concettuali, checklist, journaling, sintesi dialettiche); un ambiente cognitivo sano (riduzione del multitasking, gestione delle notifiche, spazi di lavoro ordinati); la vigilanza critica (riconoscere bias, automatismi, semplificazioni e contenuti “brain rot”).
L’igiene cognitiva è una pratica preventiva non clinica, orientata alla qualità del pensiero e della concentrazione, non alla cura di patologie.
La sua applicazione nel diritto significa proteggere la riflessione giuridica da pressioni mediatiche e semplificazioni normative.
Nell’arte serve ad evitare l’omologazione visiva e la perdita di originalità.
Nella didattica significa favorire lo studio profondo e la motivazione autentica.
Nella vita quotidiana comporta la costruzione di routine che preservino la capacità di pensare, scegliere, creare.
La relazione di Copilot
Ecco adesso il testo integrale della relazione: da qui in avanti, pertanto, si legge un’elaborazione autonoma di Copilot. Non aggiungerò un mio commento, la affido così com’è ai lettori.
Brain rot e igiene cognitiva nel diritto: una lettura dialettica
Introduzione
Il termine brain rot — letteralmente “marciume cerebrale” — è una metafora contemporanea che descrive il torpore mentale causato dall’esposizione prolungata a contenuti digitali superficiali e frammentati. Nato come espressione gergale, è stato recentemente ripreso in ambito culturale e accademico per descrivere il declino cognitivo indotto dall’iperstimolazione digitale. Questo saggio propone una lettura dialettica del fenomeno applicato al campo del diritto, analizzando le sue presunte influenze negative su legislatori, magistrati, avvocati, accademici/studiosi e studenti, e confrontandole con le obiezioni che ne mettono in discussione la validità e la portata.
I. Legislatori
…Tesi
Il brain rot induce superficialità normativa, leggi reattive e semplificate, spesso ispirate da trend digitali. La sovrapproduzione normativa ne è sintomo: troppe leggi, scritte troppo in fretta, con scarsa coerenza sistemica.
…Antitesi
La produzione normativa è influenzata da dinamiche politiche, non da declino cognitivo. Le leggi “pop” esistono da sempre. Attribuire al brain rot la responsabilità di testi normativi deboli è una semplificazione. I processi legislativi sono collettivi e filtrati: non si possono ridurre a effetti mentali individuali.
…Sintesi
La pressione mediatica e la velocità del ciclo informativo possono influenzare il legislatore, ma servono studi empirici per dimostrare un nesso diretto. L’igiene cognitiva resta utile, ma non risolve da sola le disfunzioni sistemiche.
II. Magistrati
…Tesi
Il brain rot compromette la capacità di lettura profonda, favorisce bias cognitivi e riduce il tempo di riflessione. Le sentenze possono risentire della pressione mediatica e dell’affaticamento mentale.
…Antitesi
I magistrati operano in contesti regolati, con strumenti di controllo e formazione continua. Il rischio di bias esiste, ma è studiato da tempo in ambito psicologico e non dipende dal brain rot. Inoltre, la giurisprudenza si evolve anche grazie al confronto pubblico.
…Sintesi
La riflessione giuridica può essere protetta da pratiche di igiene cognitiva, ma serve distinguere tra effetti individuali e dinamiche istituzionali. Il brain rot può essere un fattore, non la causa principale.
III. Avvocati
…Tesi
Gli avvocati sono esposti a sovraccarico informativo, dipendenza da modelli precompilati e perdita di empatia verso il cliente. Il brain rot riduce la qualità della difesa.
…Antitesi
La pressione professionale e la digitalizzazione non implicano necessariamente declino cognitivo. L’uso di modelli può essere strategico, e l’empatia dipende da fattori relazionali, non solo cognitivi.
…Sintesi
L’igiene cognitiva può migliorare la qualità del lavoro forense, ma va integrata con strumenti organizzativi e relazionali. Il brain rot è un rischio, non una diagnosi.
IV. Studiosi del diritto
…Tesi
Il brain rot compromette la scrittura accademica, la selezione critica delle fonti e la qualità della didattica. L’iperstimolazione digitale riduce la profondità della ricerca.
…Antitesi
La produzione scientifica è regolata da criteri editoriali e peer review. La didattica può evolvere grazie ai contenuti digitali. Il problema non è il brain rot, ma la mancanza di tempo e risorse.
…Sintesi
L’igiene cognitiva può aiutare a preservare la qualità accademica, ma va integrata con politiche universitarie che valorizzino la lentezza e la ricerca profonda.
V. Studenti di diritto
…Tesi
Il brain rot ostacola lo studio profondo, favorisce la dipendenza da contenuti virali e amplifica l’ansia da prestazione. La formazione giuridica ne risente.
…Antitesi
La frammentazione dello studio è spesso causata da carichi didattici e metodi obsoleti. I contenuti digitali possono anche stimolare l’apprendimento. L’ansia da prestazione è un fenomeno complesso, non riducibile al brain rot.
…Sintesi
L’igiene cognitiva è utile per proteggere la concentrazione e la motivazione, ma va accompagnata da riforme didattiche e supporto psicologico.
Conclusione
Il brain rot è un concetto suggestivo, ma ancora instabile. Può offrire una chiave di lettura utile per riflettere sulla qualità del pensiero giuridico nell’era digitale, ma non va assolutizzato. L’igiene cognitiva è una pratica preziosa, soprattutto per chi opera in ambiti ad alta intensità mentale. Tuttavia, per affrontare le sfide del diritto contemporaneo servono anche strumenti istituzionali, riforme sistemiche e una cultura della lentezza che vada oltre la dimensione individuale.
