Il 22 settembre 2025 rappresenta una pietra miliare nel lungo iter giudiziario che ha coinvolto Ciro Grillo, condannato in primo grado a otto anni di reclusione per violenza sessuale di gruppo.
Una sentenza che, al netto di ogni valutazione sulla sostanza del processo, arriva in un contesto profondamente alterato dalla furia mediatica, che ha preceduto e in molti casi sostituito il lavoro della magistratura.
Per anni, infatti, il nome di Ciro Grillo è stato oggetto non solo di un’inchiesta giudiziaria, ma di un vero e proprio processo parallelo e sommario sui media e nei social network.
Questo “tribunale” non eletto, animato da un acceso desiderio di giustizia sommaria, ha emesso condanne definitive con la stessa rapidità con cui si clicca “condividi”, ignorando regole fondamentali quali la presunzione di innocenza e il diritto a un giusto processo.
Il risultato è stato una gogna mediatica senza precedenti, in cui la dimensione privata dell’imputato è stata violentemente esposta al pubblico ludibrio, tra dettagli personali divulgati con leggerezza e narrazioni spesso unilaterali, animate più dall’emotività e dalla spettacolarizzazione che dal rigore investigativo.
Questo fenomeno non è un mero errore giornalistico o una conseguenza inevitabile della cronaca contemporanea, bensì un sintomo grave di un malessere culturale che rischia di erodere le fondamenta stesse del nostro Stato di diritto.
Quando la piazza digitale si sostituisce al tribunale, quando il clamore social diventa più potente della bilancia della giustizia, la democrazia perde uno dei suoi pilastri più essenziali.
Non si tratta di minimizzare la gravità delle accuse né di negare la necessità di tutelare le vittime di violenza, tematica che merita tutta la nostra attenzione e rispetto. Tuttavia, il confine tra giusta indignazione e linciaggio pubblico è sottile e va difeso con vigore.
Difendere la presunzione di innocenza non significa assolvere a priori né silenziare chi denuncia, ma garantire che la verità emerga secondo le regole del diritto e non dell’opinione pubblica. È un principio che tutela tutti, vittime e imputati, perché solo in un sistema che rispetta le garanzie processuali può dirsi realmente giusto e credibile.
Eppure, in un’epoca in cui la rapidità della comunicazione spesso prevale sulla riflessione, questo principio sembra essere diventato un ricordo sbiadito. Siamo passati dall’era della carta stampata all’era della “sentenza virale”, dove una notizia vale più del diritto, e il “processo da tastiera” sovrasta quello vero.
Non è un caso che, nel caso Grillo, i social network abbiano rappresentato il vero “tribunale del popolo”, pronto a condannare con veemenza e a dare giudizi sommari, spesso ignorando o distorcendo i dettagli processuali. Una vera e propria giustizia fai-da-te, che rischia di trasformare la verità in una opinione soggettiva e momentanea.
Dunque, oggi più che mai, è imprescindibile ribadire con forza un messaggio semplice ma cruciale: la giustizia si fa in tribunale, non sui social; la verità si costruisce con prove e contraddittorio, non con tweet o post virali; e ogni cittadino ha diritto a un processo equo e imparziale, libero dalle pressioni mediatiche e dalla furia del linciaggio pubblico. Solo così potremo preservare non solo la dignità delle persone coinvolte, ma anche la credibilità e la stabilità delle nostre istituzioni democratiche.
Perché, in fondo, un Paese che accetta la gogna mediatica come sostituto del giudizio legale è un Paese che ha già perso la propria bussola e noi l’abbiamo persa.
