Si apprende dal quotidiano La Stampa (a questo link) che il tribunale di sorveglianza torinese, emettendo un’ordinanza pilota (allegata alla fine del post), ha concesso la detenzione domiciliare ad un condannato affetto da obesità e cardiopatia ischemica cronica.
I giudici torinesi hanno deciso in tal senso pur in presenza di una relazione sanitaria secondo la quale il detenuto era in condizioni discrete che non richiedevano ricoveri esterni e non soffriva di patologie incompatibili con lo stato detentivo.
Il collegio, pur riconoscendo l’inesistenza di un’incompatibilità in senso stretto, ha inteso inserire nella propria valutazione il parametro del sovraffollamento, attualmente pari al 134,24%, dell’istituto Lorusso e Cutugno ove l’istante è ristretto ed ha concluso che tale condizione è tale da causare “un surplus di sofferenza e disagio evitabile con misure alternative”.
Ha poi valutato, come fattore ugualmente rilevante, il sovraccarico organizzativo imposto all’amministrazione penitenziaria dalla presenza di detenuti che necessitino di un’assenza sanitaria oltre la norma.
La decisione dei giudici torinesi è condivisibile senza riserve nel merito e negli effetti.
Ha poi un ulteriore pregio: dimostra che anche a legislazione vigente sono possibili provvedimenti che sbarrino le porte del carcere a chi non deve entrarvi o rimanervi e che le condizioni concrete della detenzione tanto quanto le risorse effettive dell’amministrazione penitenziaria, soprattutto se deteriorate dal sovraffollamento, non sono una variabile indipendente dagli altri parametri da tenere in considerazione.
Da Torino viene dunque un potente richiamo a chi amministra la giustizia nella fase dell’esecuzione penale: non può trasformare il carcere nell’Eden ma può certamente opporsi a che diventi un inferno in terra.
