Salvini in carcere: tra speranza e utopia? (Gianluca Filice)

Pochi anni prima della pubblicazione a Bordeaux dell’opera “Saggi” di Michel de Montaigne (1580), in Francia si registravano asprissime tensioni sociali scatenate dal conflitto religioso tra cattolici e protestanti il cui atroce epilogo è passato alla Storia sotto il nome de “la notte di San Bartolomeo” (24 agosto 1572), durante la quale vennero uccise migliaia e migliaia di persone, prevalentemente ugonotti, protestanti di confessione calvinista. 

La vita dell’autore, e quindi le sue opere, fu contrassegnata dall’intima urgenza di esprimere la centralità dell’individuo, non più quale strumento di Dio e delle dottrine elaborate per asservire l’essere umano alle regole di questo o quell’altro culto religioso, piuttosto, quale portatore dei valori universali, pur nelle diversità culturali, della tolleranza e del rispetto. 

Michel de Montaigne ebbe il merito di elevare il rifiuto del dogmatismo e del conformismo a presupposti di una nuova cultura umanista che costituiva i prodromi del successivo metodo cartesiano e del razionalismo moderno; fece dello scetticismo e della continua ricerca le basi del pensiero critico nella consapevolezza che la conoscenza è una permanente tensione dialogica che giunge a verità parziali, fluide, superabili, senza alcuna idealizzazione della condizione umana ma sforzandosi di individuarne i limiti nel tentativo di accettarli per, poi, superarli.

Per comprendere meglio il pensiero dell’autore è utile citare la frase La parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta, che viene spesso interpretata come l’emblema dell’importanza dell’ascolto nelle interazioni umane o, ancora più in radice, che alcun discorso è possibile se chi esprime un concetto non lo fa con la genuina intenzione di partecipare del contenuto l’ascoltatore.

Eppure, ma qui il discorso si fa più complicato, a me pare che una lettura più esigente, e velatamente pessimista, postuli che tra il significato espresso da chi parla e quello assegnato da chi ascolta vi è sempre uno iato interpretativo che non sempre consente di assegnare al concetto espresso un valore condiviso perché, accade di sovente, le premesse culturali, ideologiche, politiche, non sono conciliabili.

Prendiamo, ad esempio, il caso delle parole pronunciate dal ministro Salvini all’esito della visita nel carcere romano di Rebibbia, effettuata insieme ai responsabili ed alcuni membri di Nessuno tocchi Caino.

Prima di passare al merito di quanto dichiarato dal ministro, mi sia consentito evidenziare che, nella comunità di coloro i quali si occupano del pianeta carcere (avvocati, volontari, associazioni, magistrati e politici), è in atto una polemica tra quanti ritengono che aver coinvolto il ministro, così come è stato per il presidente del Senato Ignazio La Russa, sia stato un errore per aver consentito a costoro di beneficiare dell’attenzione dei media per sostenere la bontà delle scelte legislative varate dal Governo in carica, per pubblicizzare in forma propagandistica temi che con le condizioni dei detenuti nulla c’entrano, per aver strumentalmente portato conforto all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, per aver potuto consolidare il rapporto con le forze dell’ordine ed il loro elettorato, storicamente contrario ad ogni forma di sollievo per coloro che hanno violato il patto sociale e che, quindi, devono sottostare senza troppe storie alle sofferenze che la detenzione inevitabilmente genera.

Dall’altra parte, (in prima linea Rita Bernardini, dichiaratasi estremista del dialogo) vi è chi sostiene la utilità della visita dei citati esponenti del centro-destra perché, per giungere all’approvazione di una norma che potrebbe permettere, qui e ora, anche una minima riduzione delle presenze negli istituti di pena, è necessario fare breccia nelle coscienze di quei politici che, seppur tradizionalmente contrari all’approvazione di provvedimenti mitigatori, rappresentano una maggioranza granitica in Parlamento senza i quali è praticamente impossibile conseguire alcun risultato che consenta di incidere concretamente sull’Ordinamento penitenziario. 

Ebbene, volendo tralasciare quanto espresso dal ministro in merito all’incontro Trump-Putin, al ponte sullo stretto, all’ultima strage nel mare avvenuta a Lampedusa, le parole sulle quali vale la pena soffermarsi sono queste: “Negli istituti ci sono detenuti e poliziotti, migliorare la qualità e la quantità dei poliziotti significa migliorare la qualità della permanenza dei detenuti; ci sono tante proposte per superare il sovraffollamento, investire i soldi che servono nelle attuali carceri e farne di nuovi…ci ragioniamo…ho incontrato Gianni Alemanno che ho trovato tonico, determinato, ho prenotato il presepe di Rebibbia, chi sbaglia paga ma nel pagare ci vuole umanità, rispetto; nell’interesse dei lavoratori che sono troppo pochi, è necessario un investimento in uomini e donne, nell’ultimo decreto sicurezza abbiamo previsto le bodycam, la tutela legale per gli agenti che sono dei passi in avanti…tutti hanno diritto ad una seconda occasione”.

Senza scendere nella valutazione della natura securitaria e carcerocentrica degli strumenti citati, va sottolineato che le soluzioni alluse non saranno realizzabili in tempi brevi atteso che le assunzioni di personale (come spesso è stato denunciato dalla stessa Polizia penitenziaria) richiedono, una volta banditi i concorsi e selezionato i vincitori, una formazione professionale che richiede molto tempo, così come la costruzione di nuove carceri che, è stato stimato dagli stessi architetti che si occupano della materia, richiedono anche più anni.

Ed allora, in un immaginifico dialogo, quale significato potremmo assegnare alle parole pronunciate dal ministro Salvini per la metà che ci spetta?

Forse nessuno, non per partito preso (abbiamo il dovere di non contrapporre l’ideologia alla possibilità concreta che le cose cambino), piuttosto perché le forze di governo sono espressione di un elettorato che ragiona, per lo più, con la pancia e che non gradirebbe soluzioni che, per essere immediate, si dovrebbero necessariamente sostanziare in provvedimenti liberatori i quali, giusto per rimanere in tema, verrebbero mal digeriti.

Ma, del resto, come possiamo dimenticare che proprio questo Governo, a partire dal decreto contro i rave party, ha sviluppato una politica securitaria e panpenalista senza alcuna attenzione per quelle realtà nelle quali attecchisce meglio la proposta criminale in assenza di alternative valide? Come possiamo pensare che l’attuale maggioranza metta ora in discussione una strategia che colpisce anche solo la manifestazione del dissenso, la resistenza passiva dei detenuti, effettuando un inaspettato e clamoroso dietro-front rispetto ai programmi elettorali?

Un’ultima considerazione sul tentativo di coinvolgere esponenti di centro destra nella battaglia per la liberazione anticipata speciale, o qualsiasi altro strumento deflattivo, va fatta: probabilmente ci dovremo accontentare di averle tentate tutte perché non possiamo permetterci che la speranza che contraddistingue l’opera di chi si spende ogni giorno per il prossimo, anche se è un reietto, così come la speranza di chi, dal carcere, attende un segnale chiaro e risolutivo, si spengano di fronte ad un ostacolo anche se appare insormontabile; fosse anche solo per questa ragione, criticare tale tentativo appare ingeneroso.

Altro, però, è illudersi.