Garante nazionale dei detenuti: l’analisi dei decessi in carcere tra gennaio e luglio 2025 (Vincenzo Giglio)

L’8 agosto 2025 il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (di seguito GNPL) ha pubblicato un report denominato “Per un’analisi dei decessi in carcere. Attività di studio e ricerca: gennaio-luglio 2025”.

Il documento è allegato alla fine del post e la sua lettura integrale è indispensabile per chi voglia apprezzare compiutamente le indicazioni desumibili dall’insieme dei dati statistici raccolti.

Qui, più limitatamente, si porrà attenzione ad alcuni sotto-insiemi che, nell’opinione di chi scrive, non rappresentano in modo completo e corretto la realtà cui sono riferiti, per difetto di tutte le informazioni necessarie o per un loro interpretazione non completamente condivisibile.

Fonte delle informazioni

Il report si premura di indicare fin dalla prima pagina (si veda nota n. 1, in calce a pagina 1) che “I dati, che il Garante nazionale utilizza per lo studio e l’analisi dei fenomeni, conseguenti alla restrizione della libertà personale, sono quelli ufficiali, tratti dagli applicativi del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria concessi in consultazione al Garante nazionale”.

Non desta sorpresa che un’analisi sui decessi in carcere si avvalga dei dati ufficiali prodotti dall’Amministrazione penitenziaria.

Colpisce piuttosto che tale fonte sia esclusiva, mai arricchita da dati di diversa provenienza, fatta eccezione per “Servizio Sanitario Regionale Emilia Romagna AUSL di Parma, Suicidio negli Istituti di pena: un contributo dalle relazioni del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale – di Pietro Pellegrini”, contributo citato nelle note nn. 22 e 26.

Ben diverso approccio è dato cogliere in un precedente report del GNPL, pubblicato il 4 gennaio 2023 e focalizzato sui suicidi in carcere fino a tutto il 2022.

Così si legge a pagina 7 della parte introduttiva redatta da Mauro Palma, presidente pro-tempore del Garante (i neretti sono miei): “Il mondo del carcere sta vivendo un momento di particolare complessità e criticità. Nel 2022, negli Istituti penitenziari sono decedute 213persone: 93 per cause naturali, 84 per suicidio, 32 per cause da accertare e 4 per cause accidentali.

Il numero dei suicidi non può non preoccupare e interrogare una Autorità di garanzia che ha il compito di vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà, a cominciare dal diritto alla vita e alla dignità, […] In questo contesto, il Garante nazionale, oltre a proseguire il proprio impegno di verifica delle condizioni detentive negli Istituti del Paese con le visite effettuate in maniera continua e sistematica, ha voluto aprire un focus proprio sui suicidi in carcere a partire dai dati della stessa Amministrazione penitenziaria, che ringrazia per la costante collaborazione. I dati sono aggiornati al 31 dicembre”.

Dati ufficiali come unica fonte nel primo caso, come punto di partenza nel secondo.

Pare a chi scrive che quest’ultimo approccio metodologico sia quello più coerente allo spirito che dovrebbe informare l’attività di un’Autorità indipendente di garanzia.

I suicidi (tabella n. 1 per il dato generale, tabelle nn. 2/16 e relativi grafici e mappe per i dati di dettaglio)

Sono stati 46 tra gennaio e luglio 2025 (nel medesimo arco di tempo erano stati 58 nel 2024, 40 nel 2023 e nel 2022, 32 nel 2021).

Già il numero delle rappresentazioni grafiche fa comprendere l’importanza centrale che i suicidi hanno nell’elaborazione del GNPL.

Si rimanda al testo completo del report per cogliere ognuna delle visuali che hanno guidato l’elaborazione statistica e le molte implicazioni che ne sono state tratte.

Si ritiene per contro opportuno riflettere su una questione che sembrerebbe centrale in un’analisi che riguarda morti auto-inflitte: perché?

Perché un certo numero di detenuti continua a togliersi la vita?

Potrebbe sembrare una domanda banale e scontata: in fondo il carcere, soprattutto nella sua declinazione contemporanea, non è vita ma solo il suo simulacro, non è rinascita ma un biglietto di sola andata verso l’inferno.

Lo sfinimento e la disperazione connaturali a questa condizione estrema dovrebbero essere quindi più che sufficienti a spiegare la scelta dell’auto-annientamento.

Eppure, molti vanno avanti e solo alcuni se ne vanno. E quindi, di nuovo, perché?

Il report e i dati ufficiali di cui si serve non sanno rispondere a questa domanda.

È illuminante la tabella n. 15 alla pagina 25.

Sui 46 “eventi suicidari” lì elencati, sei casi sono attribuiti genericamente a “ragioni personali” non meglio specificate, tre ad uno stato di “sconforto generalizzato”, uno è classificato come possibile “atto dimostrativo”; di tutti gli altri trentasei casi nulla è dato sapere in quanto “privi di indicazioni motivate”.

I detenuti si tolgono la vita e lo Stato che li ha in custodia e il Garante che dovrebbe tutelarne i diritti non sanno perché.

Sì, certo, il report segnala al riguardo “una lacuna informativa che limita la comprensione complessiva del fenomeno” e aggiunge che “Questa distribuzione sottolinea la necessità di rafforzare i sistemi di raccolta dati e di valutazione psicologica, affinché sia possibile individuare precocemente situazioni a rischio e intervenire con strumenti adeguati”.

Ma in attesa che questo avvenga, e non è dato sapere se e quando avverrà e chi dovrà farlo avvenire, lo Stato e il Garante non sanno nulla di quei detenuti nei quali si è spenta ogni speranza, ed è gravissimo.

Si ritiene poi di sottolineare quella che pare una lacuna informativa anche abbastanza vistosa.

I suicidi sono stati divisi per una miriade di parametri dai quali sono state tratti convincimenti e suggerimenti operativi di ogni tipo ma ne mancano alcuni che pure potrebbero dare informazioni preziose.

Come trascorrevano le loro giornate in carcere, erano piene o vuote?  Avevano un ruolo e un impegno nell’istituto ove erano detenuti o il tempo era diventato un loro nemico da affrontare rimanendo sdraiati in branda?

Che rapporti avevano con i loro familiari, c’era continuità nel loro legame o no?

Avevano aspettative su provvedimenti giudiziari in grado di migliorare la loro condizione?

Ognuna di queste domande ne contiene molte altre e non è facile rispondere a tutte, lo si comprende.

Eppure, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, sapere se un detenuto avesse presentato un’istanza di affidamento al servizio sociale e se, magari, stesse aspettando la risposta da anni potrebbe fornire una chiave di lettura di una sua specifica condizione di disperazione.

Tutto questo non si sa e si continuerà a non saperlo.

Decessi per cause naturali (tabella n. 1 per il dato generale, tabelle nn. 23 e 24 per i dati di dettaglio)

Nel periodo osservato – gennaio/luglio 2025 – 69 detenuti sono morti per cause rientranti in questa tipologia di classificazione (nel corrispondente periodo del quadriennio precedente, a partire dal 2024 e poi a ritroso erano stati rispettivamente 84, 91, 57 e 60).

Sembra piuttosto singolare che il report si limiti a prendere atto del dato numerico senza fornire alcuna indicazione analitica sulle cause delle morti, sugli accertamenti che sono stati fatti per la loro classificazione come morti naturali e su quant’altro potrebbe servire per comprendere se siano stati tenuti in conto o ignorati segnali premonitori del rischio morte, se siano state compiute diagnosi corrette, se vi siano stati ritardi nei soccorsi, se, in ultima analisi, quelle morti fossero evitabili. Si spiega anche così, con questa palese insufficienza dei dati e con questa altrettanto palese insufficiente propensione ad approfondirne il significato, la presentazione, ad iniziativa della Senatrice Ilaria Cucchi, di un disegno di legge, classificato come AS1044, contenente “Norme in materia di autopsia obbligatoria in caso di morte avvenuta in carcere e introduzione di un presidio di consulenza legale obbligatoria nelle strutture detentive” (anch’esso allegato alla fine del post).

Il report evidenzia invece in modo chiaro due dati particolarmente allarmanti: l’età media dei detenuti morti per cause naturali è di 57 anni (26 anni in meno rispetto alla speranza media di vita degli italiani); cinque detenuti morti per cause naturali avevano meno di 40 anni.

Sono entrambi gravi sintomi – e il documento lo afferma senza reticenze – di una crisi strutturale della medicina penitenziaria.

In conclusione

L’impressione è che quest’ultimo report del Garante dei detenuti sia piuttosto al ribasso, pur abbondando in dati.

È un documento senz’anima, se così si può dire, che non si spinge mai oltre i confini dettati dal DAP e dai suoi dati ufficiali, che non mostra neanche un briciolo di curiosità verso la realtà che sta fuori e oltre quei dati.

Giusto, sbagliato, chi può dirlo, ma così pare a chi scrive.