La rivista Sistema Penale ha pubblicato a settembre del 2023 Giustizia: nessuna riforma senza una grammatica condivisa, un bell’articolo di L. Pepino (a questo link per la consultazione).
La prima parte è di pura costernazione: per l’ormai evidente inadeguatezza al ruolo del ministro della Giustizia, l’ossessione repressiva della maggioranza al governo (al punto da legittimare la nuova categoria “Giorgia vieta cose” ripresa da C. Cerasa per Il Foglio), l’irrilevanza e la caoticità dei vari pacchetti di misure annunciate con cadenza periodica e mai realizzate, la constatata impossibilità nel nostro Paese di una reale ed efficiente riforma della giustizia.
Uno scenario squallido, insomma, in cui nessuno è esente da responsabilità: “Un teatrino nel quale si muovono, in una recita stucchevole e ripetitiva, una destra innaturalmente schierata contro il sistema giustizia a prescindere, una sinistra che – in modo egualmente innaturale rispetto alla sua storia e cultura – si affida alla giustizia più che alla politica per tentare di superare la propria crisi all’apparenza senza sbocchi, una politica che (nel suo insieme) assume come metro di valutazione dell’intervento giudiziario i risultati contingenti (in particolare la delegittimazione dei propri avversari) anziché il rispetto delle regole e che tenta di incidere non sul funzionamento della macchina giudiziaria ma sui suoi esiti immediati, un diffuso populismo giudiziario (che unisce magistrati, politica e informazione riflettendosi poi sull’opinione pubblica), un associazionismo giudiziario arroccato nella difesa dell’esistente più di quanto tipico delle corporazioni (da ultimo finanche con il supporto dell’esercito dei pensionati…), un’avvocatura emarginata nel processo che cerca un’impropria ribalta come soggetto politico, una cultura giuridica assente e subalterna“.
Stando così le cose – avverte Pepino – l’unica possibilità è azzerare il prima e preparare il terreno per il dopo, cominciando dalla indispensabile creazione di un lessico comune senza il quale si perpetuerebbe l’attuale babele semantica ed assumendo come punto di partenza la nozione di garantismo.
È tale per Pepino un “modello di stretta legalità nel processo” associato ad un “sistema predeterminato e rigoroso di garanzie per l’inquisito“. Dovrebbero essere di conseguenza bandite “prassi sostanzialistiche” e “scorciatoie in vista di risultati utili“.
Ancora: “Il garantismo non riguarda solo il processo, ma anche il sistema penale e rimanda alla necessità di un diritto penale ridotto (in termini di fattispecie penali) e di una previsione di pene, se non miti (come pure sarebbe auspicabile), almeno equilibrate” pur nella consapevolezza che “Non è questa l’impostazione vincente oggi, nella stagione del populismo penale nella quale, al contrario, la funzione della repressione è enfatizzata (anche in sostituzione della mediazione politica) e il pubblico ministero e il giudice sono considerati “magistrati di scopo” a cui si chiede di punire duramente e in modo esemplare alcune (ampie) categorie di cittadini per fare della repressione uno dei baluardi della convivenza“.
Infine: “Il garantismo deve fare i conti con il principio di uguaglianza. Alcune “battaglie” condotte sotto le sue insegne si muovono, invece, nella direzione opposta. È il caso delle posizioni che pretendono di vincolare alle regole la sola giurisdizione, proclamando contestualmente l’onnipotenza della maggioranza, la non controllabilità della politica, l’assenza di limiti per il mercato: questo garantismo strumentale nulla ha a che vedere con un sistema di stretta legalità“.
Non aggiungo nulla se non per dire che condivido senza riserve ognuno dei passaggi della “operazione verità” proposta dall’Autore.
Finanche superfluo avvertire che niente di quanto auspicato da Pepino si avvererà ma, per dirla con le parole del Poeta, “il naufragar m’è dolce in questo mare“.
