Benvenuti nel grande teatro della giustizia italiana.
In prima serata, il solito copione: un presunto colpevole, un procuratore che dirige l’orchestra mediatica, un esercito di opinionisti che improvvisano arringhe a colpi di tweet e talk show.
L’imputato? Già condannato, ovviamente. Non dal giudice, ma dal pubblico — il vero sovrano di questa commedia grottesca.
Il processo penale, anziché luogo di verità e garanzie, si è trasformato in uno spettacolo dove la presunzione d’innocenza è un fastidioso ingombro da eliminare. Tutti giudicano, tutti sentenziano, tutti pontificano.
L’informazione si traveste da inchiesta, la cronaca diventa fiction. Puntate settimanali, colpi di scena, interviste esclusive, mentre la toga si sgualcisce sotto l’eco dei like.
E intanto, il carcere resta lontano da questo clamore. Silenzioso. Invisibile. Opaco come una stanza senza finestre.
È lì che si consumano le vere pene: non quelle decise dalla legge, ma quelle inflitte dall’indifferenza. Nel 2024, in Italia, sono stati registrati più di 100 suicidi tra i detenuti, un numero mai visto prima, un dramma che si rinnova incessantemente. E nei primi mesi del 2025, 48 persone hanno scelto di togliersi la vita dietro le sbarre, in una crisi che pare inarrestabile. Il tasso di suicidi in carcere tocca così 14,8 ogni 10.000 detenuti, ben al di sopra della media europea.
Questi dati, drammatici e inequivocabili, passano quasi inosservati nei grandi media, schiacciati dal rumore di processi mediatici che privilegiano lo spettacolo alla sostanza. Nel frattempo, la Costituzione — all’articolo 27 — ci ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione, non alla semplice reclusione. Parole che suonano come una beffa se si pensa che molti detenuti vivono in celle di appena sei metri quadri condivise con altri tre uomini, con un solo bagno e finestre spesso murate, senza alcuna concreta possibilità di recupero umano o sociale.
A complicare il quadro, il sovraffollamento cronico: al 30 aprile 2025, le carceri italiane ospitavano 62.445 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti, con un tasso di affollamento del 133%. Una situazione che rende impossibile qualunque forma di rieducazione e che trasforma il carcere in una prigione della dignità.
Non è solo una questione di numeri, ma di volti e storie che troppo spesso restano invisibili. Proprio ieri, una delegazione della Camera Penale di Marsala, insieme a rappresentanti di Nessuno Tocchi Caino, ha condotto un’ispezione al carcere di Trapani.
Il quadro che ne è emerso è ancor più preoccupante: condizioni peggiori rispetto agli anni precedenti, strutture fatiscenti, personale insufficiente e assenza di interventi adeguati per il supporto psicologico dei detenuti. Non più un problema astratto, ma una realtà palpabile e urgente.
Questa visita testimonia come l’emergenza carceraria sia un problema strutturale che richiede risposte concrete, non la semplice spettacolarizzazione mediatica di qualche caso isolato. Perché mentre i riflettori si accendono per processi televisivi e sentenze social, il vero carcere, quello della sofferenza quotidiana, rimane nell’ombra, ignorato e abbandonato.
Eppure, è proprio lì che si misura la civiltà di uno Stato.
La giustizia non può esaurirsi nel momento del verdetto, né può trasformarsi in un reality show dove a vincere è solo l’audience.
La vera giustizia è quella che garantisce dignità e diritti anche a chi sbaglia, che trasforma la pena in occasione di recupero e reinserimento.
Fino a quando non cambieremo questa prospettiva, continueremo a vivere in uno Stato che finge di fare giustizia per non guardare in faccia la propria coscienza.
Nel frattempo, la vera emergenza resta inascoltata, silenziosa, drammatica: quella delle persone detenute che, strette tra sovraffollamento, mancanza di supporto e condizioni degradanti, spesso vedono nell’estremo gesto del suicidio l’unica via di fuga possibile.
Spegniamo quindi i riflettori sui processi mediatici, accendiamoli finalmente sulla realtà delle carceri italiane. Non per pietà, né per buonismo, ma per giustizia autentica.
