Sei verità nel diritto. Lettura semiseria sul calcolo giuridico (redazione)

L’Avvocato Francesco G. Capitani ha da poco pubblicato per i tipi dei Libri dell’Arco, Rimini, nella collana Gli archetti, il testo che dà il titolo a questo post.

Lo segnaliamo con piacere affidandoci per la presentazione ad una sinossi curata dallo stesso Autore.

Scopo del testo

Decisioni oscure e umorali alimentano la diffidenza della collettività nei confronti del sistema giudiziario, che può apparire incoerente, sfuggente e burocratesco, in balia di logiche incomprensibili; viene in molti casi percepita una strisciante e irredimibile ingiustizia – specie nei casi in cui la collettività trova riscontri contraddittori, e ha l’apparenza di subire un potere invisibile, come nelle filmografie kafkiane.

Giudici e pubblici poteri sono però restii ad ammettere la sottoposizione a un controllo dell’esercizio dei poteri giudiziari o amministrativi; anche il legislatore, quando scrive norme, ha un intercedere nervoso, spesso poco logico, e l’interprete si trova a dover supportare testi oscuri con interpretazioni talvolta astruse, tal volta smentite da altri decisori (vengono confrontati processo, diritto e il gioco degli scacchi: i primi sono inesatti e imprevedibili, gli scacchi sono il luogo delle verità combinatorie); prevale l’idea di una sorta di insindacabilità al momento di scrivere le norme e di applicarle nel caso concreto; al contempo chi sbaglia resta irresponsabile, mentre le conseguenze dell’errore possono devastare le esistenze individuali.

Tanti piccoli casi finiscono nel tritacarne giudiziario in un condiviso silenzio, e nessuno paga mai per gli errori commessi.

Di fondo, la tesi centrale del testo è che vi sia una disaffezione dei pubblici poteri agli obblighi di buona logica, di esattezza nella produzione dei testi legislativi e nell’applicazione delle norme; la prevalenza dei saperi umanistici su quelli logici e scientifici non ha formato, nel tempo, le sensibilità dei decisori a un uso corretto, trasparente e lineare dei propri poteri.

Eppure, e siamo all’oggi, le intelligenze artificiali sono costruite su algoritmi e relazioni logiche in grado di sistematizzare tutto quanto è contenuto nelle norme e di poterne fornire applicazioni concrete; non è un’eresia, è forse la prova che i sistemi informatici riescono a elaborare risposte in minor tempo di un decisore e, probabilmente, con più efficienza; forse, allora, conviene tentare di sposare le idee di fondo dei linguaggi computazionali per comprendere come “meglio decidere” e fornire un prodotto decisionale più trasparente, perché informato alle coerenze interne dei linguaggi di programmazione.

Struttura del testo

Il testo è definito “semiserio”e la ragione è di metodo, si intende utilizzare un tono scanzonato e spesso irriverente per convincere dei tanti paradossi e delle tante incongruenze di uno scorretto e arbitrario dei poteri pubblici; un tono esclusivamente formale sarebbe stato troppo distante dalle prime percezioni del lettore; non vengono utilizzate formule matematiche, sono rappresentante idee, spesso solo accennate, sulle possibilità di utilizzo delle logiche formali nella produzione delle scelte giudiziarie al momento, ad esempio, di decidere su un caso concreto o di scrivere una norma.

Mentre i primi capitoli sono dedicati all’esposizione dei tanti casi di arbitrarietà e scorrettezza delle decisioni giudiziarie (fallacie, casi concreti: delitto di Perugia e altri) e all’assenza di una sensibilità alla correttezza logica nella scrittura dei testi e nell’applicazione concreta, i successivi capitoli si dedicano alle logiche classiche o non classiche che potrebbero essere utilizzate da un decisore, tenuto conto di quanto l’ermeneutica giuridica considera un ragionamento corretto e tentando, in seconda battuta, di trovare un campo comune fra pensiero giuridico e logiche computazionali; i capitoli finali si dedicano all’applicabilità delle logiche comuni, classiche e non classiche al discorso giuridico e tentano di individuarne limiti e possibilità di sviluppo, se fosse superata la diffidenza di fondo nei confronti di una idea più evoluta di spiegabilità delle razionalità giudiziarie.

A chi è rivolto il testo

Agli operatori giudiziari perché tratta delle razionalità giuridiche, ma anche al cittadino comune curioso delle ragioni della disaffezione collettiva nei confronti di chi esercita un potere giudiziario o amministrativo e incide sulle vite altrui, anche un ingegnere potrebbe trovare spunti su quanto sia formalizzabile il discorso giuridico; il testo adotta volutamente una prosa “di mezzo”, pur non potendo superare alcuni tecnicismi necessari, per divenire commestibile a un pubblico più ampio e lanciare l’idea di fondo: la decisione razionale e corretta è di per sé giusta e, se scorretta, è riparabile in quanto rivelata, mediante un più efficiente uso della logica dei linguaggi.

Credito fotografico: l’immagine che correda questo post, riproduttiva della copertina del libro, è stata tratta dal sito web di ibs.it ed è contenuta nella pagina contenente la scheda del libro medesimo.